
“Missione della Chiesa cattolica è dare giudizio morale, anche sulla politica; la mediazione è sì un valore ma con dei limiti”.
Questi alcuni dei passaggi più esaurienti della relazione tenuta dal cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della CEI, intervenuto il 12 novembre alla Pontificia Università della Santa Croce in occasione del 25° anniversario dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose all'Apollinare.
La sua relazione, basata su ‘Magistero ecclesiastico e ordine politico: libertà e responsabilità dei fedeli laici nella vita pubblica’, si è riflessa sull’attuale periodo di trasformazioni sociali che tirano in ballo valori come la famiglia, la vita e la morte, il lavoro. “La Chiesa, davanti allo spartiacque storico, prende la parole - ha introdotto il rettore Luis Romera - per esprimere e sancire il giusto sviluppo della persona e della società”.
Afferrando una prospettiva storico-politica collocata all’interno della Dottrina sociale della Chiesa, Bagnasco ha ricordato “L’alta stima per la politica - definita degna di lode dal Concilio Vaticano II e fonte di carità da Papa Paolo VI - pur riconoscendone limiti invalicabili”: essa deve infatti agire “Per amore dell’uomo, senza mai avere dimensione invadente e totalitaria“. Chi introdusse il concetto dell’autonomia della politica dalla religione e dalla morale fu “Machiavelli il quale definì la politica non al servizio del bene comune bensì all’affermazione del potere. Invece vi è una dimensione politica irrinunciabile proprio perchè legata alla morale e dunque alla responsabilità, oggi negate dal nichilismo imperante”.
‘Non disturbare gli altri’ è lo slogan che il nichilismo si inventa per darsi modernità e consenso. Eppure il presidente della Cei si chiede se davvero esso sia fondante per l’uomo o se invece non si debba andare oltre e chiedersi “Cosa sia l’uomo. Ebbene, egli è una pluralità unitaria: se ci si ostina a dilatarne le esperienze, alla fine è la separazione e non la sintesi a prevalere, e da qui ecco la disperazione” e il conseguente stato di disagio, di depressione. “Il credente inoltre non può mettere la fede fra parentesi perchè altrimenti sarebbe egli stesso a finire fra parentesi… La trascendenza di ogni uomo si coglie nell’essere e nel dover essere propri di ogni individuo, nessun diritto scaturante dallo Stato o dalla politica possono porvisi contro, così come sarebbe impensabile affermare una norma che vada contro la politica se fondamento dell’azione politica é la norma stessa”. Altrettanto impensabile sancire un bene comune distaccato dal concetto di giustizia: il dare a ciascuno ciò che gli è dovuto, in base alle sue proprie esigenze.
Pur avendo netta la distinzione fra società politica e comunità dei fedeli, “Che le impedisce di sovrapporsi parlando così a tutti, missione della Chiesa è di schierarsi dalla parte di Dio e di dare giudizio morale, anche sulla politica. Ingerenza? Ingerenza!”. Quanto alla mediazione, “Essa è importante e deve essere utilizzata in modo ottimale, pur sapendo che l’obiettivo è l’interesse generale e non parziale. La mediazione, in Italia e in Europa, a volte uccide i valori ed essa ha sempre un limite nei valori irrinunciabili sui quali non si può mediare, perché attentano all’umanità dell’uomo”.
Quattro infine i contribuiti che la Chiesa offre per il raggiungimento del bene comune. Ecco il senso della verità ed educazione alla verità (“Per scongiurare che la verità soccomba davanti all’utile”); la funzione pedagogica (“La coscienza richiama alla santità intesa come bene, verità, amore, bellezza, luce: concetti riconducibili alla nostra fede cattolica ma anche all’esperienza universale”); la trascendenza della persona (“Non una cosa fra le cose bensì espressione di dignità incomparabile”); la Chiesa come araldo dell’umanesimo di matrice europea (“La civiltà di cui oggi godiamo, riconosciuta dalle Carte istituzionali, ma di cui non riconosciamo l’ispirazione”).










