
Da un lato Testaccio, quartiere di movida e bei locali; dall’altro il Rough Bar, club fatto apposta per le tendenze di chi vive Roma senza farsi mancare nulla. E nel mezzo loro: gli studenti delle facoltà romane di Architettura - Quaroni, Roma Tre, Valle Giulia - spinti al party dedicato alla "Luce"...
Giovedì 15 dicembre il primo degli appuntamenti fusion con l’ambiente friendly&chic ideato da Alessio Leotta e Maurizio Buttarelli, entrambi studenti a Valle Giulia. In consolle Dj Jean Jack a ritmo a base di Deep, Techno Detroit, Soulful, Classic.
'ArchiNight' e la "Luce", tema interessante. “È la luce che dà la sensazione di spazio. Lo spazio è annullato dall’oscurità. Luce e spazio sono inscindibili. Se si elimina la luce il contenuto emotivo dello spazio scompare e diventa impossibile coglierlo. Nell’oscurità non esiste alcuna differenza fra la valutazione emozionale del vuoto e quello di un interno ben articolato”.
Com’è nata questa idea di dedicarsi a serate così? “Sulla base di quello che io - racconta Alessio - avevo già fatto due anni fa, in giugno e in ottobre, nei pressi di Castel S. Angelo… In quella circostanza conobbi Maurizio e da lì decidemmo insieme di fare un evento insieme. Partimmo con ‘Maison demodè’, rivolta alla mia facoltà, poi di successo in successo abbiamo deciso di allargare il discorso anche alle altre due”.
Solo passione, la vostra, o anche un lavoro? “Diciamo che contemperiamo entrambe le esigenze. Certo, quando inizi a stare nel giro e a organizzare eventi, il salto di qualità è inevitabile. E noi ci siamo decisi a fare qualcosa di più: abbiamo trovato una terza socia, Francesca Gregori, con cui abbiamo aperto una società. Si chiama ‘BuGrè’, specializzata in comunicazione ed eventi”.
Nella luce del buio, mi verrebbe da dire… Avete dato spazio anche alla mostra fotografica su New York di Francesco Di Biase. “Un tocco in più. ‘NYC Life’, una sere di pannelli in bianco e nero, ritratti della Grande Mela. Si tratta di scatti fotografici di quest’anno. Da Central Station al Ponte di Brooklyn, un interno della metropolitana… Abbiamo voluto lui perché ci piaceva dare un’immagine diversa della città… Volevamo che emergesse il rapporto odio-amore che ogni città reca con sé e che pure New York conosce. Basterebbe guardare il pannello che ritrae un homeless…”.
Vi siete inventati anche una gara a premi. “Sì: al primo classificato andranno 100 euro in buoni plotter; al secondo una T-shirt ‘Maison Demodè’ e il terzo si accontenterà di… 5 drink!”.
Alessio, un’ultima domanda di tono serio. Tu sarai un architetto: ma come vivrai il tuo lavoro? Quanto estro metterai? Io da sempre penso che essere architetti sia speciale… “Che il nostro sia un mondo variopinto non c’è dubbio… La stessa facoltà di architettura non è come le altre: si vive ogni ora e ogni giorno dentro il sistema; più che studiare a casa, il rapporto con lo studio si sviluppa in ateneo, nei laboratori, con i colleghi, l’università si vive giorno per giorno e diventa un’altra famiglia. Il problema è che siamo in Italia: da noi non si costruisce più! Chi lavora oggi lo fa’ interessandosi di ristrutturazioni o di villette a schiera. E’ doloroso dirlo: in Italia è difficile rimanere se si vuol vivere di architettura. No resta che l’estero!”.










