Sentirsi terroni? Molto peggio che esserlo. Sentirsi addosso il fallimento di un popolo, di una classe dirigente è nobile: ma parimenti diventa terribile se porta alla sua somatizzazione.
Inoltre, se la soluzione che si offre al problema passa attraverso la sconfitta di sé, delle proprie ambizioni, allora…
Ecco: lo spettacolo ‘Terroni’, che Roberto D’Alessandro porta in scena insieme con i Pandemonium, inizia subito dopo questi tre puntini di sospensione. La sua forza sta nella denuncia, nella memoria, nella rivendicazione di un abuso: e onore anche allo stesso Teatro dell’Angelo, che rispetta il proprio timbro di arena pubblica di impegno e riflessione civica.
Quello che D’Alessandro esprime lo sintetizza bene nel prologo, quando nelle vesti di sudista rammenta al nordico che “La gamba che manca al Sud me l’hai tagliata tu!”. Che non solo di parole si tratti - bensì di dati di fatto, di vicende di cronaca divenute storia e sangue - lo lascia affiorare il ricordo di quanto posto in essere dai Piemontesi: “Che si comportarono al Sud come i nazisti a Marzabotto; come i Serbi nei Balcani; come gli Americani ad Abu Grahib… Gli stupri di massa li videro protagonisti razionali, i campi di concentramento in Europa vennero inaugurati da loro, mentre la versione ufficiale della Scuola di Stato ci parla di Cavour, Garibaldi, del re padre della patria come di liberatori”.
Una denuncia che cade bene o male nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d'Italia? Bella domanda: di certo vi è che il testo di Pino Aprile su cui si sviluppa la pièce non è passato sotto silenzio ed è divenuto un best-seller, al contrario di un passato la cui proiezione si è (per convenienza? per ignoranza?) taciuta.
Gli stacchi musicali dei Pandemonium alleggeriscono lo spettacolo anche se non ne fanno diminuire l’impatto visivo/emotivo; sul palcoscenico l’italdialetto di D’Alessandro è una sferzata continua, con un briciolo di bruciante ironia nel momento in cui fa il check al Meridionale catalogato come ‘homo sapiens sapiens atque terronius’.
L’arabesco è tuttavia facile da decifrare anche se si aggrappa a un altro interrogativo: il Meridionale è un incapace sottosviluppato per definizione oppure un individuo sul quale hanno pesato le circostanze? Perché il quesito si porta dietro un’aggravante: quei 20 milioni di emigranti che in un secolo hanno lasciato il Sud per il Nord o per l’estero, un evento epocale che l’Europa non aveva mai conosciuto prima!
“Eppure dei 668 milioni di Lire/oro che gli Stati annessi consegnarono al nuovo, i 2/3 erano del Sud; cioè 443 milioni che in euro oggi varrebbero qualcosa come 500 miliardi… ma se vi aggiungiamo il frutto delle ruberie, dei saccheggi, dei furti, delle sottrazioni, la cifra arriva ai 1500 miliardi: e basti pensare che nel 2008 la ricchezza prodotta in Italia è stata pari a 1.273 miliardi!”. Così, se il Nord volesse risarcire il Sud di tutte le angherie e dei torti subiti, non basterebbero 15 miliardi in cento anni. “Altro che federalismo: ce ne sarebbe per poter rimettere in piedi decine e decine di Paesi, non solo l’Italia e non solo il Mezzogiorno!”.
Roberto D’Alessandro - che in filigrana regala le stesse emozioni dell’opera di Aprile edita da Piemme nel giugno 2011 - lo recita come se fosse un rendiconto ovvio, da ferita di guerra: dopo la nascita della Banca d’Italia, “Alla Calabria venne dato 200 volte meno che alla Liguria; alla Campania 400 volte meno che al Veneto. Chi vuol parlare, ora, di federalismo?”.
‘Terroni’, uno spettacolo che consigliamo di cuore agli stessi Meridionali vittime/vittimisti, ai Leghisti padani e a tutti coloro che ancora oggi non hanno capito cosa siano.











