È singolare percepire il senso di una disperazione attraverso immagini e prospettive, soprattutto quando si tratta di un’opera complessa e monumentale come il Faust di Goethe. Ma è così. La damnation de Faust di Hector Berlioz viene corroborata e stravolta dallo sguardo cinicamente lucido di Terry Gilliam, regista statunitense distintosi per la sua capacità di aggredire la realtà attraverso visioni e allucinazioni ossessive.
L’opera riceve dal regista quella spinta onirica necessaria a renderla una concezione moderna del male, e di come esso sia fortemente radicato nella natura umana. Le inquietudini esistenziali del dottor Faust vengono combattute attraverso la ricerca dell’amore, dell’esistenza agognata, del male represso. In questo contesto, irrompono i nazisti, come a voler generare un sorriso beffardo nello spettatore, forse per ricordarci la mutevolezza dell’uomo. Non ci sono soltanto Faust e Mefistofele, ci sono gli uomini, le anime perse, quelle salve, quelle combattive, quelle amareggiate. L’opera di Berlioz presenta, dunque, una visione creativa post-moderna dall’impatto devastante, quasi una proiezione in prospettiva dei tumulti esistenziali del protagonista, le cui ossessioni filosofiche diventano lo sfondo di una civiltà in rovina, e in cui l’amore per Margarita rappresenta la salvezza interiore, l’unica realtà pura. Il testo dell’opera, di meravigliosa eleganza, regala quei pensieri personali che rappresentano il fulcro stesso dell’opera di Goethe, in quanto diventano la ricerca della ragione, la natura umana disgregata, le emozioni inspiegabili. L’opera viene concepita in una dimensione psichedelica, ingestibile, perché circondata da immagini e visioni accecanti. Sicuramente, si tratta di rivisitazione fortemente politica, dove i nazisti danzanti ricordano quasi scenari cinematografici riconducibili a opere come La caduta degli dei di Luchino Visconti, e dove la salvezza tanto ricercata diventa farsa, la scena grottesca di un racconto, un sipario lontano.
L’occhio di Gilliam è acuto, diretto, senza alcuna soluzione pacifica. Non più Faust e Mefistofele, ma Faust e l’umanità, una miscela di azioni e reazioni, menzogne e speranze, in cui l’accettazione della gioia diventa un’unica speranza certa per l’uomo. L’opera sarà in scena dal 22 al 29 gennaio 2012 al Teatro Massimo, grazie ad una coproduzione internazionale con la Eno-English National Opera di Londra e la Vlaamse Opera di Anversa e Gent, che ha permesso di portare a Palermo un’opera tanto introspettiva quanto sontuosa. Le musiche sono un’autentica esasperazione emotiva, complete nella loro rigida struttura, accompagnate da testi che rappresentano un trattato sull’emozione umana, una concatenazione di sensi. Si tratta di teatro visivo, di realtà contro sogno, e di maledizione contro beatitudine. In pochi istanti, si intuisce subito la miscellanea fra la tradizione romantica che accompagna l’opera e la visione contemporanea. L’irrimediabile inconsistenza della natura umana si percepisce nelle scenografie, dove la prospettiva degli scenari in cui viaggiano gli attori sembrano consentire una visione sconsolata dell’inquietudine faustiana. L’opera rappresenta un viaggio imprevedibile, dove danza e delirio si confondono, arrivando ad azzardi creativi impareggiabili, degni di un artista come Gilliam, che si scaglia contro la conquista del potere umano immaginando rituali oscuri in cui Faust diventa riflesso dell’umanità sconfitta e condannata a soffrire, ma mantiene viva la speranza, che resta la sola traccia di una possibile serenità.











