Un anno fa Palermo perdeva Michele Perriera, distrattamente, tra le maglie larghe di un tessuto culturale che spesso tralascia, mette in sordina. Michele Perriera fu creatore e direttore della scuola di teatro d’avanguardia Teatés, che per tanti anni è stata il punto di riferimento pressoché unico per chi volesse intraprendere la strada teatrale, di un certo teatro, scrittore di livello, intellettuale, uomo di teatro in più sensi lati, profeta.
Michele Perriera fu anche tra i promulgatori di una nuova stagione culturale quando nel '63 insieme ad altri intellettuali d'eccellenza come Eco, Sanguineti e Testa dava vita al movimento di neoavanguardia “Gruppo '63. Lavorò come responsabile della pagina culturale de “L’Ora, quotidiano palermitano che negli anni ’60 documentava i fatti di cronaca, gli abusi della pubblica amministrazione, in un’incessante attività che culminò nelle battaglie civili contro la mafia. Autore e regista di testi di grande pregio come “Morte per vanto”, “I pavoni” , “Ogni giorno può essere buono”, “Anticamera” , “Dietro la rosata foschia”, “Pugnale d'ordinanza”, “Buon appetito” e “Come, non lo sai?”; attraverso il suo teatro voleva svelare l’assassino che c’è dentro ognuno di noi, un teatro che metteva in crisi le coscienze, che costringeva a guardare, attraverso e mediante l’artificio, il reale volto delle cose. La sua è una storia di amore religioso: dell’arte come via crucis, del teatro come tempio in cui tutto il falso e tutto il vero possono mescolarsi, in cui perfino Dio è in fuga e si rifugia sulla terra. La sua è una storia di rifiuto, rifiuto per la noia e i gesti privi di sensazioni del teatro più frequente. Rifiuto per il potere, che detestava:
Sai che cosa penso? Che il potere è sempre la proiezione dell’assassino che c’è in noi. Io scrivo per cercare l’affettuosa radice del dissenso. E la radice del dissenso è la nostra deriva. Quello a cui ambisco è che lo spettatore scopra di essere alla deriva, di dover far qualcosa per non andare a fondo.
[M.P. “Romanzo d’amore”]
Un rifiuto orgoglioso e coerente che solo certi “uomini dritti” sanno avere ma che gli ha fruttato spesso l’esilio da certi ambienti culturali e teatrali della scena palermitana. La sua è una storia legata a doppio filo a Palermo, città che non ha mai voluto lasciare nonostante lo abbia spesso tradito e abbandonato. È una storia personale di amore per il teatro che si ricama con quella di una città complicata che lascia intravedere la possibilità di una rinascita, di mille rinascite che poi sa deludere profondamente.
Conoscerlo era per chiunque un’esperienza forte: sapeva parlare come un poeta, sapeva commuovere. Con gli allievi era paterno e inesorabile. Sadico e dolcissimo. Simona Argentieri, una delle allieve, lo racconta commossa: “Sapeva dirci come eravamo, incantare la nostra vanità assetata, entrare in luoghi di noi stessi che neanche noi conoscevamo ancora. Ma non era mai violazione, era una scoperta avventurosa nella quale lui ci guidava con amore e dolore”.











