
Come si fa’ a fare affari, a presumerne di farne, a consigliarne agli altri unicamente allo scopo ultimo di arricchirsi mantenendosi - però - onesti?
Sarebbero in tanti, oggi, a doverlo/volerlo apprendere dall’arte di Geppy Gleijeses, che al teatro Quirino di Roma disegna in forma eccelsa il signor Mercadet uscito dalla penna di Balzac. Centrale alla scena e centrale al personaggio, oltre che alla storia il Gleijeses che ci esalta ne “L’affarista Mercadet” e che non si risparmia dominando incontrastato i due atti.
Due atti che insegnano molto di più di quel che lasciano intuire. Specie nella situazione di quella che è la più gigantesca e sovrumana contraddizione in termini: fare affari senza cadere nella menzogna. Per un faccendiere ante litteram come appunto Mercadet (parole sante, le sue: “I sentimenti sono stati sostituiti dal denaro: ciò che conta è il tasso di interesse!”), un’impresa improba che tuttavia si consacra alla fine con il meritato matrimonio della figlia Juie. E sì che di affaristi e speculatori la storia è piena, quella della nostra Italia contemporanea soprattutto. Da loro non abbiamo imparato che il peccato, da Gleijeses invece la sottile educazione al rispetto di sé e del proprio ingegno: vincere sugli altri a condizione di non esagerare e con il fune nobile dietro la schiena.
Una storia targata-Balzac nella quale non si ritaglia affatto il profilo di un ‘Madoff dei Parioli’ bensì quella di un personaggio che riesce a commuovere nonostante il desiderio della moneta e per ciò che essa rappresenta. Un Arsenio Lupin dotato di favela e retorica o un Diabolik senza calzamaglia, ognuno sceglierà il prototipo che meglio sente vicino alla maschera disegnata dal mitico Honorè, un esteta della Parigi ottocentesca. Maschera che vive nell’incubo dello sfratto da una casa di undici stanze il cui affitto non è pagata da ‘appena’ due anni… Mariolo fino all’eccesso, questo faccendiere, che a volte si sforza di essere cinico per giustificarsi davanti alla moglie: “Spero che Julie consideri il matrimonio per quello che è: un affare!”. E Gleijeses-Mercadet, supportato del resto della Compagnia, è abile a collocarsi entro un personaggio a cui da’ vita facendolo gesticolare, gridare, sussurrare, parlare, dialogare, strillare, gemere, saltare, istrione e gigione quando serve e tenero furfante altrove.
Con negli occhi la dèbacle finanziaria oggi imperante da New York a Londra, appare quasi irreale che si possa scrivere e recitare di Borsa, di azioni, di denaro, di obbligazioni senza accigliarsi oltremodo; Balzac - che nono poteva prevedere il crac attuale - inserisce lo stratagemma del finto personaggio Godeau (preso a metafora dal beckettiano "Aspettando Godot", esaltazione del teatro del’assurdo) dal quale uscirà la soluzione alle pene di Mercadet.
Il filo della finzione è sempre molto sottile e rimane attaccato alla vita vera, quella dove vivere e morire per un debito non onorato diventa criterio senza appello. Del resto lo aveva detto all’inizio lo stesso Mercadet, quasi chiedendo scusa per le proprie condizioni di uomo senza quattrini: “Il debito? Peggio di un delitto. Al debitore non si da asilo, al delinquente sì”. Straordinaria distinzione di ruolo, oggi impraticabile viste le cause e gli effetti dell’impoverimento globale.
Grazie comunque a Balzac per averci dato modo di respirare il lieto fine e grazie anche a Gleijeses, scapigliato e arruffone quel tanto da non perdere in umanità.
Con Gleijeses anche Paila Pavese, Osvaldo Ruggieri, Alfonso Veneroso, Francesco Benedetto, Piergiorgio Fasolo, Ferruccio Ferrante, Antonio Ferrante, Jacopo Venturiero, Antonio Tallura, Adriano Braidotti. Regia di Antonio Calende.











