Dice Marlò che se non paghi allora non puoi chiedere. Dice che, lei, se deve fare un’intervista, ha bisogno che l’avverti prima perché deve prepararsi e pensare bene a ciò che deve dire. Dice che quando qualcuno la stuzzica con le domande, lei parla a profusione e non riesce a fermarsi.
Si sa come sono gli artisti: quando scendono dal palcoscenico hanno bisogno necessariamente di riversare tutti i loro drammi psicologici sull’altro. Se non c’è il dramma non c’è l’artista. Ohibò les artistes. Mon Dieu, le maquillage. Mi cola dappertutto e allora la mia coscienza traditrice potrebbe scoppiarmi fra le mani come una vescichetta. Unta. E dire che Marlò, quando si esibisce sul palco nei suoi abiti burlesque, pare essere la maschera più riuscita. Siamo al Teatro Arciliuto di Roma, di venerdì sera. Il teatro è un luogo di nicchia, quasi un club privato per buoni intenditori. Luoghi stretti e claustrofobici, tristi Pierrot appesi alle pareti, maschere teatrali, liuti e arciliuti. Si può cenare o bere un aperitivo accompagnati dal pianoforte. E, magari, assistere allo spettacolo che si tiene nella saletta sottostante.
Quella sera andava in scena Lady Burlesque Cabaret, formula itinerante del talent show Lady Burlesque che Sky Uno ha mandato in programmazione lo scorso inverno con l’aiuto di Europroduzioni. In questa sua versione per il teatro, lo spettacolo unisce gli sketch cabarettistici dell’attore Gianfranco Phino agli stacchetti musicali di tre protagoniste del programma tv: Marlò, Vesper Julie, Albadoro Gala. Le musiche sono affidate al pianista Claudio Zitti, la regia a Riccardo Trucchi. I protagonisti hanno talento, si vede. Eppure, non tutto riesce alla perfezione. A parte i vuoti di silenzio che alcune volte intercorrono tra sketch e sketch, o tra sketch e balletto, l’attore Gianfranco Phino intrattiene il pubblico con giochi di parole un po’ scontati, magari raccontati con la classica parlata romanesca (che tanto fa ridere già di suo senza troppi sforzi).
O ancora, raccontando il fin troppo celebre contrasto uomo-donna alle prese con il sacro vincolo del matrimonio, dove la donna è abile manipolatrice fissata con il trucco, e l’uomo è un esserino sempliciotto che si contenta di vedere la partita di calcio, magari in canottiera. Una scenetta un po’ stantia, considerato che al giorno d’oggi non ci si sposa ma si convive, che spesso gli uomini cucinano più delle donne, e che le donne lavorano tanto quanto gli uomini. Ma Gianfranco Phino non è l’unico che basa la risata su questa interpretazione del rapporto uomo-donna: piuttosto, è la comicità italiana in genere che stenta tuttora ad evolversi (comici come Enrico Brignano riescono ancora a fare fortuna con questa storiella rafferma). In Lady Burlesque Cabaret rendono molto di più le imitazioni del sacerdote che parla a mezza bocca, o la tournée dei dialetti d’Italia, la quale mostra le grandi capacità dell’attore che più tardi si scoprirà essere anche un ottimo cantante. Ma veniamo alle donne. Le ragazze hanno il compito di interpretare l’animo burlesque, il quale deve essere sensuale, autoironico, divertente, liberatorio oltre che erotico. Le curve femminili possono essere striminzite o abbondanti, non importa. A far da padrona è la sensualità innata, non la perfezione estetica. Non può e non deve essere un volgare spogliarello e né, per meglio intenderci, uno squallido bunga-bunga. Occorre ridere di se stessi senza divenire un fenomeno da baraccone, essere colorati ed esagerati, ma non pacchiani. I confini di questo genere trasgressivo nato a metà ottocento sono in realtà molto ben definiti.
Fra le tre protagoniste, Marlò è quella che riesce ad interpretarlo meglio, soprattutto quando si concede in uno spogliarello da casalinga un po’ disperata e un po’ maliziosa, quando gioca con il pubblico, quando accompagna il tutto da una mimica esilarante. Se vi aspettate di incrociare l’eleganza e la raffinatezza di Dita Von Teese (non a caso incoronata “Queen of burlesque”), sprecate il vostro tempo. In questo spettacolo, Marlò è la più ironica, Albadoro Gala la più sensuale, Vesper Julie la più elegante. A voler esser buoni, occorre però ricordare che questo genere teatrale è aperto a tutti, ma non è per tutti. E soprattutto, è pressoché impossibile rendere la trasgressività ottocentesca in un’epoca, quella degli anni duemila, che ha già visto tutto. Quando il burlesque nacque, era uno sfogo clandestino per il popolino americano che viveva ancora nel rigido tabù della schiavitù afroamericana, della guerra di secessione prima, e della grande guerra poi. Ma proprio per questo, è strano vedere che il pubblico del Teatro Arciliuto non ha niente a che vedere con quello spirito. Fra gli spalti ci sono donne profumate e uomini in giacca e cravatta, la middle-class si direbbe con altri termini. O magari esponenti della Casta, tipo il deputato del pdl Giorgio Lainati. Insomma, niente a che vedere con il popolino. Niente a che vedere con la liberazione carnevalesca ma raffinata, interpretata in questa versione da “stellette” troppo piene di sé. Infatti, dice Marlò che se vuoi chiedere devi pagare. E se vuoi godere per una sera delle “follies dei poveri”, come si sottotitola il burlesque, ti troverai invece ad osservare il vizio dei ricchi. Magari annoiati.











