Inquietante e tenebroso. Se li è meritati davvero i due aggettivi la pièce “Il Processo” ospite del Teatro Vascello di Roma fino al prossimo 15 gennaio.
Teatro praticamente esaurito alla prima di giorno 5 che ha avuto il compito non facile di dare nerbo e pathos a un testo tanto difficile quanto celebre. Onore a tutto il cast e al regista Andrea Battistini: luci, musiche e scenografia (opera di Carmelo Giammello) hanno sincopato l’atto unico di un testo mai datato, mai banale, mai lontano dalle realtà anche quelle più ‘democratiche’ e rispettose (falsamente?!) dell’Uomo.
Perché al centro dell’universo kafkiano c’è sempre lui: l’Uomo, annichilito dal potere che di volta in volta è Politica, Giustizia, Religione, Mercato. Nel caso di K. - sottoposto ad arresto prima, a processo dopo e a condanna infine - la vigliaccheria del potere si è travestita in giustizia e in processo penale. Come dirà più tardi il confessore (Totò Onnis) nel colloquio faccia a faccia con K. in una buia cella di reclusione, “Il processo poco a poco si trasforma in sentenza…”. Un’affermazione brutale, che stronca ogni resistenza e che finisce per essere verdetto anticipato; né più nè meno della brutalità scandita da un’ulteriore sottotraccia: “Occorre sapere quello che c’è scritto nella legge e quello che nella legge non c’è scritto”… entrambe diventando utili ai fini di una vittoria o di una sconfitta.
Franz Kakfa tratta il suo personaggio principale (Josef K/Giovanni Costantino) come vittima sacrificale dell’organizzazione umana tribunalizia - perché anch’essa lo è, come l’abiezione che ne viene elevata a codice - dove finanche l’avvocato (strepitoso Filippo Gili) emerge come parte integrata del sistema. Attori maturi (con Raffaella Azim che ha portato in scena tutti i personaggi femminili di rango) hanno scavato a lungo senza concedersi pause, entrando e uscendo dalla percezione sottile che vuole sempre in bilico verità, pena, colpa. I confini di ognuna delle tre si sono così disegnati nello spazio interiore degli spettatori, alcuni peraltro interrottisi nell’applauso per non rompere l’armonia della recitazione…
L’impronta visiva che Battistini, in passato assistente di Strehler, ha dato al testo rende ottimamente l’atmosfera, cupa-infida-calunniosa per come lo stesso Kafka pone nel suo scritto. E vi è una lama altrettanto pungente che scava nella coscienza e suggeisce - lasciva - il dubbio: se non tutti gli accusati sono colpevoli, tutti i colpevoli sono accusati? Nel caso kafkiano innocente è solo un alibi, fatto a pezzi dal sistema che si intrufola nella vita dell’individuo e costruisce teoremi che alla fine lo porteranno sulla via del non-ritorno.
Che poi sia una Giustizia immonda, putrida, corrotta (eccellente la rappresentazione da bordello che il regista colloca poco prima del verdetto finale), ciò conta poco ai sensi della sorte dell’imputato. La cui ulteriore beffa è quella di sapere praticamente nulla del proprio processo a differenza di quello che sanno gli altri: lo zio, l’avvocato, il segretario del tribunale.
“Il processo” sfronda quindi senza ritegno l’albero della vergogna e ci fa sentire - se non colpevoli - se non altro parte talvolta silenziosa di un sistema logoro, pronto a catturare chi gli è scomodo. Unico appello la coscienza civile e culturale, dimensione che sempre vince nei momenti più estremi.
La Compagnia dopo Roma sarà di scena Bari (dal 21 al 23 gennaio) e poi in giro per i teatri del Sud.












