Amabilmente lieve, con striature di autocritica che non guastano.
Perché essere donne a volte vale più che sembrarlo: la femminilità è quella tipica della persona al centro dell’universo, la metà del cielo, l’apostrofo rosa. Femminilità travestita da equivoco chiamata a mostrarsi sul palcoscenico del Teatro De’ Servi, a Roma, fino al prossimo 12 febbraio. “Due mariti e un matrimonio” gioca con i personaggi che propone e con un testo figlio della nostra contemporaneità, con legami che si spezzano prima di definirsi e con un doppio ruolo maschio-femmina più in crisi di ciò che si suole accettare.
Il clou sta forse in una frase che in apertura di scena un’amica pronuncia all’altra - “Un matrimonio finito prima del divorzio!” - per sottolineare la scelta strategica di Mimì di mollare Rodolfo prima del ‘sì’. Ma anche la regia di Roberto Parafante non è immune da complicità: il ritmo con cui fa muovere i personaggi è funzionale alle tante certezze pronunciate che poi diventano dubbi alle orecchie degli spettatori. Un paradigma femminile peculiare consiste nell’estremizzare discorsi e ragionamenti: Gianna e Luisa (rispettivamente Pia Engleberth e Ussi Alzate) si ritrovano sulla tangente quando iniziano a discutere di frutta secca che coinvolge una pigna in realtà fra-intesa come condizione mentale di una delle due! Essere donne e ammetterlo vuol dire però avere la capacità di rigirare la frittata e smentire ciò che poco prima era stato affermato: la dote principale di Gianna che così ha modo di far sentire colpevole il povero Rodolfo, marito-candidato mollato e che viene da lei irretito mentre tenta di sedurlo.
In casa di Luisa, a sua volta vittima di un matrimonio interrotto anzitempo, ruota un tourbillon di ricostruzioni del passato, di storie ripescate, di momenti zucchero-e-sale dovuti alle circostanze.
Del matrimonio questa commedia pone all’indice i risvolti più simpaticamente fattuali, rivela giochi e moine che strutturano il rapporto di coppia. Spettacolo gradevole, mai volgare, disimpegnato ma non banale anche se nel testo un paio di riferimenti alla tv spingono verso un costume omologato. Un peccato che si perdona volentieri visti che serve a tenere desto il ritmo e a dare una base di concreta verità alla narrazione. Che fa l’occhiolino a pruriti, esternazioni e divagazioni di tipo sessuale che ormai appartengono alla fantasia esplicita della nostra società.
Gianna, Luisa e Gisella (Alessandra Ierse), con il contributo del poliedrico Federico Bonaconza nel ruolo di Rodolfo e del transessuale Fanny, si punzecchiano a vicenda e cercano - alla fine - un compromesso sulla pelle proprio del malcapitato fidanzato. Il classico brav’uomo che si ritrova a dover fare i conti con una emancipazione femminile che attende ancora di sapere chi siano stati i vincitori e chi i vinti.











