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"Antica cartografia d’Italia". Per conoscere il nostro 'Stivale'

Studiare e osservare l’evoluzione delle cartografie del nostro Paese può aiutare a comprendere un lato poco conosciuto della nostra storia e far vedere come l’evoluzione del pensiero scientifico ha portato, dall’epoca tolemaica fino al Risorgimento, ad un drastico cambiamento della rappresentazione della nostra penisola.

 

La mostra Antica cartografia d’ Italia, ospitata nella Sala della Gipsoteca del Vittoriano dall’1 febbraio al 4 marzo e curata da Gianni Brandozzi, propone, attraverso un particolare percorso cronologico, una carrellata di grandi cartografie del nostro Paese dal primo Cinquecento, quando il modello tolemaico era il modello scientifico di riferimento, fino agli anni del Seicento e dell’Ottocento quando le teorie galileiane e copernicane cambiarono il modo di concepire e rappresentare geograficamente il pianeta e la cartografia divenne anche strumento di lotta politica e patriottica, soprattutto nel periodo napoleonico e negli anni risorgimentali con Cavour e Mazzini.
L’ ultima parte dell’esposizione è invece dedicata alla satira e alle rappresentazioni grottesche del nostro Paese attraverso allegorie aventi come protagonisti soprattutto grandi personaggi della nostra storia, come Giuseppe Garibaldi.

C’è un simbolo che più di qualunque altro contende al tricolore la natura e il segno principe dell’identità nazionale, e questo è senz’altro la conformazione geografica della nostra penisola, il cosiddetto ‘stivale’", ricorda Paolo Peluffo, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e presidente del Consiglio delle Celebrazioni dei 150° anniversario dell’Unità d’Italia, nell’ambito del quale l’esposizione si inserisce.
La conformazione geografica della Penisola italiana, unica del suo genere, è stata spesso al centro dei “lavori” dei principali cartografi mondiali e la sua raffigurazione con la naturalità dei suoi confini (le Alpi e il mare), ha dato nel tempo anche l’impressione di un Paese unito anche politicamente sotto un'unica bandiera, ancor prima del fatidico 1860, anno dell’unificazione politica italiana.  Uno studio politico della penisola comincerà ad essere fatto, infatti, solo con i cartografi del periodo napoleonico, che tracceranno in importanti cartografie tutte le varietà del paesaggio della nostra penisola.  
Nell’esposizione sono esposte le cartografie di Bachet d’Albe, principale cartografo di Napoleone, composte prima e durante la Campagna d’Italia, di una particolarità e di una precisione unica per quel periodo. Prima di quel grande evento storico, la rappresentazione del nostro paese su cartografia era stata dettata soprattutto da raffigurazioni fantasiose e mitologiche dei suoi confini e dei suoi mari che richiamavano spesso scritture e divinità pagane, delle quali il Rinascimento segnò una decisa riscoperta. La carta d’Italia con le due figure mitologiche amoreggianti al centro del Mar Tirreno di Iacopo Castaldo, rappresenta un pezzo unico per comprendere la visione che lo “stivale” aveva presso le corti italiane e gli stati esteri.

Di rara bellezza sono le cartografie risorgimentali che assumono anche un importante ruolo propagandistico come la litografia: “Panorama Italiano”, simbolo della mostra e sicuramente l’opera alla quale il dottor Brandozzi è più affezionato; rappresenta una visione della nostra penisola da un'altra angolazione, a “stivale capovolto”, come era vista dagli Stati d’Oltralpe. Ai lati scorrono le raffigurazioni dei monumenti più insigni delle città italiane più importanti con la sola esclusione di Roma che sarà conquistata solo dieci anni più tardi, e tutti i personaggi che in qualche modo hanno dato lustro alla nostra storia. Gli stemmi dei capoluoghi di provincia fanno da cornice a tutto l’insieme, utile per conoscere la storia d’Italia nel momento della sua unificazione.
Di “propaganda politica” possiamo anche parlare a proposito dell’altro pezzo più famoso della collezione: La Tabula Militaris Itineraria di epoca romana, composta di dodici fogli e riprodotta a Iesi nell’ultima metà del Settecento, strumento utilissimo per gli appassionati di storia romana per ricordare le grandi estensioni dell’Impero ai tempi di Costantino.
Una mostra che sicuramente incuriosirà il disorientato spettatore verso una delle “arti” più belle ma meno conosciute del nostro panorama artistico. Un’ occasione anche per vedere se i nomi delle nostre città sono cambiati nel tempo e per ammirare la bellezza e i caldi toni dei colori o la grafite della matita in un contesto inusuale.

 

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Autore di questo Articolo: Stefano Bernardini

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