Il 27 gennaio 1945 con l’apertura dei cancelli del campo di sterminio di Auschwitz Birkenau il mondo scoprì la tragica realtà dei campi di sterminio e rimase inorridito davanti ai crimini perpetuati dall’esercito nazista a uomini, donne e bambini inermi che avevano come unica colpa il fatto di essere ebrei, categoria dell’umanità che il Terzo Reich voleva definitivamente cancellare.
Per ricordare quel fatidico giorno e soprattutto per tenere viva la memoria della Shoah, presso il complesso del Vittoriano è stata inaugurata il 26 gennaio una mostra denominata I Ghetti Nazisti , che durerà fino al 4 marzo, curata da Marcello Pezzetti e Bruno Vespa, e che narra le vicende degli ebrei polacchi dall’occupazione tedesca del 1940, dove vennero rinchiusi in minuscoli ghetti, fino alla distruzione di questi ultimi, avvenuta a più riprese tra il 1942 e il 1944, quando la popolazione rimanente venne deportata verso i famigerati campi di sterminio di Auschwitz e Treblinka.
Con l’aiuto di molte mappe e illustrazioni tematiche si ripercorre la tormentata storia del paese baltico, diviso dopo l’invasione tedesca in due grandi zone d’influenza, una sotto l’esercito nazista e l’altra sotto il controllo sovietico. Con la divisione in due grandi zone d’influenza iniziarono le massicce deportazioni di popolazioni ebree che furono costrette ad abbandonare le loro case e le loro attività e furono rinchiuse in minuscoli ghetti isolati dal mondo esterno tramite muri e filo spinato dove le precarie condizioni igieniche unite a fame e rastrellamenti senza pietà delle SS provocarono la morte di molte donne, bambini e soggetti deboli, impossibilitati a reggere quelle condizioni proibitive. I ghetti erano isolati dal mondo esterno e nessun ariano poteva avvicinarsi o aiutare i concittadini ebrei previa la sua condanna a morte. La famosa foto del ponte di legno che congiunge, attraversando una strada trafficata, le due parti del ghetto di Lodz forse può essere l’emblema della divisione tra persone libere che camminavano liberamente sulla strada sottostante e popolazione ebraica costretta a camminare sul ponte senza incrociare la popolazione ariana.
Le condizioni di vita nei ghetti erano molto difficili, si viveva alla giornata ed era diffusissimo il ricorso al mercato nero per ottenere una migliore razione di cibo, visto che i tedeschi potevano garantire solo il minimo indispensabile per poter sopravvivere. Spesso si moriva tra l’indifferenza generale e le foto dei bambini agonizzanti in mezzo alla strada rappresentano nel modo più drammatico le difficoltà di sopravvivenza delle fasce più deboli. Le umiliazioni erano all’ordine del giorno e spesso le SS concludevano le loro serate di baldoria sparando senza pietà su donne e bambini, oppure obbligandoli a spalare la neve o camminare a piedi scalzi nel ghiaccio.
Gli uomini e i bambini più robusti e sani fisicamente potevano essere reclutati per i lavori più disparati come le pulizie degli argini dei fiumi oppure riparazioni di strade senza alcuna sicurezza e con turni di lavoro ai limiti delle possibilità umane. Tutto ciò avveniva con la supervisione dei Consigli Ebraici, organi interni ai ghetti, responsabili di tutto quello che avveniva tra le mura dell’area recintata, ma di fatto asserviti ai tedeschi,a i quali dovevano garantire determinate forze lavorative pena la fucilazione o la deportazione.
I ghetti polacchi furono distrutti tra il 1942 e il 1944 e la popolazione deportata nei “campi della morte” di Auschwitz e Treblinka, da dove non fece più ritorno. Le foto degli incolonnamenti dentro i treni di persone inermi, sicure di andare incontro alla morte è l’immagine emblematica di quest’ultima fase della “soluzione finale” che si concluderà nel 1945 con la liberazione dei campi di sterminio dell’Europa dell’Est da parte delle truppe dell’Armata Rossa.
Tra tanta crudeltà il sorriso dei bambini dentro una scuola ebraica ci danno un salvifico tocco di umanità all’interno di un immane tragedia difficile da dimenticare e che abbiamo il compito non facile di tramandare alle nuove generazioni anche e soprattutto quando non ci saranno più testimoni viventi. E allora starà a noi, testimoni dei testimoni, continuare a raccontare.











