I viaggi sempre più a portata di "tasca", internet, le televisioni hanno reso e rendono il mondo sempre più piccolo, più vicino a noi. Possiamo vedere luoghi lontanissimi o esotici comodamente dal nostro divano; ma quanto sappiamo veramente di geografia?
La materia che contribuì a “fare gli italiani” duranti i primi anni dell’Unità d’Italia con lo studio dei suoi confini, dei nomi delle città, dei monti e dei fiumi, adesso è dimenticata e svalutata all'interno dei programmi scolastici italiani. La cattiva conoscenza della geografia fa si che sempre più spesso i ragazzi non arrivino a individuare nemmeno città italiane come Pesaro o Brindisi, figurarsi se cercassimo di spiegare loro che lo stesso concetto di nord e sud è del tutto arbitrario e che è solo per convenzione che guardiamo le mappe del mondo in un certo modo e non “capovolte”.
A onor del vero i ragazzini conoscono molti nomi di luoghi, ma sempre più sovente animati da antagonismo per quel vecchio “nomi, cose e città” o da tifoseria calcistica, eppure faticano ad accompagnare al nome l’informazione visiva sulla carta. E’ incredibilmente avvilente che quelle poche informazioni che hanno le debbano assimilare tramite giochi (seppur per niente nocivi, bensì utili) o da passione per lo sport, invece che per mezzo dell’istituto deputato alla trasmissione del sapere. Bisognerebbe ricordare a molti genitori che non mandiamo i nostri figli a scuola per trovar loro un posto in cui stare mentre noi siamo a lavoro, bensì perché apprendano. La scuola non è un parcheggio. E i genitori dovrebbero esigere che non lo diventi. Eppure sarebbe ingiusto limitare l’importanza della geografia alla mera conoscenza dei nomi, la geografia è “lo studio della variazione spaziale degli elementi fisici e culturali , e del perché essi differiscano da luogo a luogo sulla superficie terrestre”, come scrivono Fellmann, Getis e Getis nel loro manuale “Geografia umana”. Non occorre dunque arrischiarsi a sottolineare la necessità di tale disciplina negli studi di antropologia, linguistica o archeologia, basta ascoltare le tipiche domande di qualunque bambino in età scolare: “Cos’è una regione?”, “Ma dov’è che finisce la nostra città?”.
In molte classi dei licei classici, luoghi della formazione del futuro umanista per eccellenza, manca la materia a partire dal terzo superiore (vecchio primo liceo) ed è lecito domandarsi in che modo verranno dagli insegnanti affrontati e dai ragazzi, privati degli strumenti, compresi certi argomenti d’importante attualità, come p.e. il 150°anniversario dell’Unità d’Italia ( Cos’è l’Italia? In base a cosa ci definiamo italiani? C’è coincidenza tra confini politici e quelli culturali?).
Ma non ci si deve illudere che il problema riguardi solo i giovani studenti : viviamo in un momento storico di fittizia super-informazione: telegiornali e carta stampata ci bombardano di notizie più o meno tragiche provenienti da tutto il mondo. Sarebbe ottimistico pensare che tutti gli spettatori adulti sappiano esattamente dove si trovi il Burkina Faso o perfino la Nigeria. Ed è tragicomico che molte città europee siano scoperte solo grazie ai voli Ryanair da 5 euro in offerta.
Insomma si crede che le informazioni, grazie alle nuove tecnologie, siano più a portata di mano e non ci si accorge, viceversa, dell’attacco sistematico al sapere e alle conoscenze: l’individuo è ormai ridotto a spettatore passivo, fruitore compulsivo di telegiornali horror e wikipedia.











