Terminata recentemente la mostra “Realismi Socialisti. Aleksandr Rodčenko”, il Palazzo delle Esposizioni inaugura il nuovo anno con un ulteriore sorprendente evento dal respiro internazionale: Il Guggenheim. L’avanguardia americana 1945 – 1980.
L’esposizione, a cura di Lauren Hinkson, riunisce più di cinquanta nomi noti d’artisti e quasi sessanta capolavori provenienti dalle famose collezioni della The Solomon R. Guggenheim Foundation di New York e dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia.
Dipinti, istallazioni e fotografie ripercorrono i principali snodi artistici americani del secondo Dopoguerra, conducendo lo spettatore in un’eclettica passeggiata dal fortissimo impatto emotivo e visuale: l’inconscia arte dell’Espressionismo astratto della New York School a cui si contrappone l’irriverente e coloratissima Pop Art; la sobria e scarna monocromia del minimalismo; le riflessioni sul concetto di arte che caratterizzarono il post-minimalismo e l’arte concettuale ma anche le lucenti e patinate iconografie del fotorealismo. Tutto ciò rende il Palazzo delle Esposizioni simile ad uno scrigno che custodisce gelosamente il “grande sogno americano”.
Le tendenze, nonostante le diversità di fondo, raccontano gli anni dal 1945 al 1980 come un periodo all’insegna del desiderio di cambiamento, di rottura con le convenzioni e soprattutto con l’estetica dominante nella fase precedente. Proprio in questi anni l’America riuscì ad affermarsi come un influente centro dell’arte moderna, ed a conferire alla caotica New York il titolo di capitale dell’avanguardia. È questo l’ambito in cui operarono i due collezionisti Solomon R. Guggenheim e la nipote Peggy, ai quali va il merito di aver intuito quale sarebbe stato il verso in cui avrebbe spinto il vento della rivoluzione estetica, decidendo dunque di promuovere, non senza rischi, innovative forme d’arte.
Esposti nelle prime due sale della mostra Jackson Pollock, Mark Rothko e William Baziotes fanno parte di quella corrente dell’Espressionismo astratto che impone l’abbandono della logica e del rigore formale per abbracciare la tecnica surrealista dell’automatismo psichico, al fine di creare arte in assenza di una riflessione consapevole. Farà sicuramente un certo effetto trovarsi davanti all’ “Ocean Greyness” di Pollock, se non altro considerando che fu uno dei capolavori che allestirono, per la prima volta in una mostra inaugurale, le pareti dell’edificio progettato da Frank Lloyd Wright. “April Tune” di Kenneth Nolan e “Harran II” di Frank Stella, presenti nella terza sala e sorprendenti nella loro vivace semplicità, rappresentano invece un chiaro esperimento verso il ritorno agli elementi fondamentali della pitturali quali il colore, le linee, la forma e la campitura.
A predominare nella quarta sala è invece una vera e propria esplosione, non soltanto di colori, ma anche di rossetti, chiodi e un enorme oggetto dalla lucente superficie metallica, ciò che James Rosenquist ha intitolato “The swimmer in the ecomist”. L’imponente dipinto, così come quello di Andy Warhol (“Orange Disaster #5”) rinchiuso nella geniale monotonia della ripetizione dell’immagine (svuotandola di qualsiasi emozione o significato) fornisce immancabilmente uno spunto di riflessione sullo sviluppo della società del consumismo, un fenomeno al quale forse, al giorno d’oggi, ci siamo fin troppo abituati al punto da considerarlo un’evoluzione “naturale” del corso degli eventi.
La grandezza quasi umana delle opere cattura nuovamente lo spettatore all’interno dei successivi due spazi espositivi interamente dedicati all’arte Minimalista, Post-minimalista e Concettuale. Tuttavia ciò che attrae maggiormente di queste opere è soprattutto il fascino celato nel significato intrinseco di istallazioni spesso costruite con materiali del tutto quotidiani, come ad esempio un semplice tubo di neon fissato all’angolo tra due pareti che tenta di sfidare le leggi architettoniche della stanza (“Untitled” di Dan Flavin).
Il percorso si conclude, infine, con un’ulteriore coloratissima tendenza figlia della Pop Art: il Fotorealismo. Un insieme di iconografie che assomigliano alle patinate copertine delle riviste e dei cartelloni pubblicitari, nonostante l’intento sia una semplice riproduzione su tela dell’immagine fotografica, celebrando ancora una volta il mito americano e la società del consumo. Tra queste “Gum Ball No.10: Sugar Daddy” di Charles Bell, una divertente riproduzione di un particolare direttamente proveniente dal fantastico mondo della cuccagna e dei balocchi.
Nell’incrociarsi delle diverse correnti artistiche all’interno degli ampi spazi espositivi del Palazzo delle Esposizioni rimbomba la frase con cui Peggy Guggenheim, all’inaugurazione del sua galleria-museo newyorkese “art of This Century”, affermò il nobile intento di “servire il futuro anziché documentare il passato".
L’esposizione “Il Guggenheim. L’avanguardia americana 1945 – 1980” inaugurata il 7 febbraio rimarrà allestita nel Palazzo delle Esposizioni fino al 6 maggio.











