“È ancora possibile l’arte dopo Auschwitz?”. Se lo chiedeva Teodor W. Adorno nella sua Teoria estetica.
Per il filosofo tedesco, dopo la tragedia dell’Olocausto, l’arte ha perduto la sua ovvietà: “è un sacrilegio fare ancora poesia dopo Auschwitz”.
Ma altrettanto colpevole sarebbe il silenzio, la resa, ancor peggio l’indifferenza. L’arte per cui oggi non ci sarebbe più spazio per Adorno è l’arte serena. L’arte non deve parlare della felicità. Non può tacere di fronte alla realtà, a ciò che è stato. Ne sarebbe complice. Non può più prescindere da una dimensione etica. Non può limitarsi a parlare dell’“altro dal mondo”ma deve parlare dell’“altro del mondo”: degli sconfitti, dei diversi, di quanti non hanno trovato spazio nella storia. Deve recuperare ciò che questo mondo ha rimosso.
Dopo Auschwitz l’unica dimensione possibile è la dimensione della tristezza. L’arte, dunque, ha un compito etico: riproporre ciò che è stato schiacciato dal corso della storia, ciò che non è stato vissuto, la voce di chi non ha potuto parlare.
Si fa chiara la fondamentale connessione tra arte e memoria.
Ed è proprio per questo richiamo all’etica e alla memoria che ci è sembrato utile citare questo grande pensatore (nella convinzione che i filosofi andrebbero rispolverati molto più spesso di quanto accada!).
Perché memoria ed etica sembrano purtroppo essere sempre meno presenti nei nostri usi e costumi. Nello scenario del “tutto passa” e “tutto si dimentica” paghiamo a caro prezzo l’incapacità di ricordare.
Mentre ricordare è una delle nostre armi contro la barbarie.
Ed ecco perché è un compito da cui né l’arte né la cultura possono esimersi.
Ricordare, laddove non ci è restituito nessun senso che potrebbe redimerci.
Mantenere il ricordo di quanti – Ebrei, Rom, Sinti, disabili, omosessuali – sono stati vittime di una delle più grandi follie della storia.
A noi del “dopo Auschwitz”, all’arte, alla cultura, spetta il compito di farsi carico di quella sofferenza e serbarne memoria, nel folle ma ineludibile tentativo di dire l’indicibile, mostrare l’irrappresentabile.
“Auschwitz ha dimostrato inconfutabilmente il fallimento della cultura […]. Tutta la cultura dopo Auschwitz, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura. Poiché essa si è restaurata dopo quel che è successo nel suo paesaggio senza resistenza […]. Chi parla per la conservazione della cultura radicalmente colpevole e miserevole diventa collaborazionista, mentre chi si nega alla cultura, favorisce immediatamente la barbarie, quale si è rivelata essere la cultura. Neppure il silenzio fa uscire dal circolo vizioso: esso razionalizza soltanto la propria incapacità soggettiva con lo stato di verità oggettiva e così la degrada ancora una volta a menzogna”.
Th. W. Adorno, Dialettica negativa
Foto: Angelus Novus - Paul Klee











