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Web politics

altMettiamoci il cuore in pace: in Italia un Obama non c'è. E non mi riferisco nè al politico nè tantomeno alla persona, ma al comunicatore. La comunicazione digitale nella nostra politica è assente o, tutt'al più, sottovalutata.

In un recente studio condotto da un diffuso periodico è stato effettuato uno screening sui "nostri" 952 deputati e senatori della Repubblica, visti sotto la lente della loro presenza in Rete. Ebbene, il 75% ha un proprio sito. Ben venga, direte. Purtroppo il problema sta, ancora una volta, nell'utilizzo che viene fatto dello spazio in rete.

Solamente il 42% di tali siti è rinnovato più o meno costantemente o con una certa frequenza. Dei 404 presi in considerazione, quasi il 30% è stato pubblicato in occasione di scadenze elettorali e poi lasciato al suo triste destino. Gli altri riguardano formazioni politiche, fondazioni e aggregazioni varie.  Con la conseguenza che solamente una minima parte è riferibile direttamente alla persona/politico. Quello che tutti questi rappresentanti delle Istituzioni non riescono a comprendere è che i tempi (della comunicazione) sono cambiati radicalmente e repentinamente.
Mettendo da parte le giuste critiche alla oramai acclarata autoreferenzialità, proviamo a capire, a grandi linee, quali siano i contenuti e la "mission" che un sito web di questo genere dovrebbe avere.
E' indubbio, come sempre, che sono proprio i contenuti il biglietto da visita di un sito: essi devono quindi essere ben fatti, esaustivi e alla portata di tutti. Ma ancora di più lo è il corretto rapporto con il navigatore/elettore. Con l'avvento del web 2.0 infatti, il cittadino vuole tornare ad essere il protagonista della vita sociale (e conseguentemente politica) del Paese. Ed è altrettanto verosimile che nella cosiddetta "società dell'informazione" l'aspetto della personalizzazione e dell'individualità divengono, purtroppo, fattori predominanti, compresa l'attività della gestione della res-pubblica, ad ogni livello.
Come già ampliamente detto, tutto parte dalla campagna d'immagine, prima, ed elettorale, poi, di Barack Obama. Proviamo allora a comprendere come questa possa aver influenzato i candidati nostrani: l'esempio ci viene dalle recenti tornate amministrative. L'approccio con le nuove forme della comunicazione digitale è stato veloce e forzato e gli aspiranti più "intraprendenti" ne hanno approfittato per esordire in rete o rinnovare la loro immagine web. Non a tutti però è andata bene. Al ministro Brunetta, ad esempio, la sua esordiente presenza nell'universo virtuale attraverso la realizzazione di un sito personale (peraltro ben fatto) o nei principali social network e persino in un'apposita applicazione per Iphone, non ha portato all'isperato successo.
Ciò sottolinea, ancora una volta, che la sola presenza in rete non può bastare: servono buoni contenuti, programmi realizzabili e promesse concrete, più o meno veritiere.
Di diverso tenore l'articolata campagna di comunicazione realizzata per il Governatore uscente della Regione Puglia Nichi Vendola, trasformatosi in un brand popolare. Giocando sul doppio tavolo del territorio reale e virtuale, il suo giovane e preparato staff ("La Fabbrica di Niki") è riuscito a catalizzare il massimo dei consensi declinando la sua immagine su siti appositamente creati, la cui caratteristica principale è stata quella di coinvolgere il navigatore nella realizzazione di una campagna elettorale "su misura". Entrambi sono certamente dei casi limite, ma allora la domanda da porsi è "Quando e quanto i politici italiani hanno capito l'importanza dei nuovi strumenti digitali nelle loro strategie comunicative?".
Guardando all'estero la situazione appare differente. Ad esempio la vittoria dei Conservatori alle ultime elezioni inglesi è in parte dovuta allo stesso mix di fattori che ho appena enunciato sul risultato pugliese, ovvero web e territorio. Mentre in Francia è stato appena istituito un'apposito ciclo di corsi dedicati ai deputati, affinché imparino le strategie comunicative del nuovo millennio. Tralasciando gli Stati Uniti, di cui tanto si è parlato (anche a sproposito) va ricordato che in Europa è la Germania che per prima ha intuito le innovative e rivoluzionarie potenzialità della Rete, favorendo in ogni forma l'accessibilità con i primi collegamenti veloci e realizzando comunità web di contenuti politici, con l'utilizzo capillare di wiki, blog, social network, podcast ed ogni forma di community virtuale.
E' dunque arrivato il momento per la classe politica dell'italico Stivale di accettare i cambiamenti della società e gli sviluppi tecnologici che hanno contribuito a tali modifiche, rimettendosi in gioco e prima di tutto in connessione con i propri cittadini. La comunicazione politica non dovrà più essere appannaggio di spin-doctor, focus-group prezzolati o vecchi guru mediatici di turno, ma gestita dagli stessi elettori e caratterizzata da una partecipazione "dal basso" sempre più attiva.
Le logiche obsolete della sociologia di massa e dei media tradizionali dovranno, per forza di cose, dare spazio alla spinta di coinvolgimento diretto che proviene dalla stessa rete e sarà obbligo relazionarsi con essa per trasformare (si spera in meglio) sia la comunicazione politica, che la stessa società nella quale viviamo.

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Autore di questo Articolo: Giuseppe Fasulo

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