
Che la Scuola non viva momenti esaltanti è cosa risaputa e lo è, purtroppo, da sempre. Anche “ai miei tempi” non erano rose e fiori, ma almeno si lottava tutti insieme per cambiarla in meglio, con passione, sensibilità e consapevolezza che quel che si faceva aveva un fine costruttivo, scaturito da una presa di coscienza individuale che si confrontava in un terreno d’incontro (e di scontro) collettivo.
Tutti ne erano coinvolti, dai disoccupati agli operai, e in primo luogo genitori, professori, studenti a tutti i livelli - dalle medie all’università - in una sorta “d’interclasse” sociale. Le lotte degli altri erano le proprie e le si appoggiavano con la presenza o quantomeno con lo spirito e la solidarietà. Di certo sono cambiati i tempi, nostro malgrado, e tutto ciò (dice qualcuno) non è più riproponibile, anche se io rimango del parere opposto, essendo fondamentalmente un positivo.
Ma i problemi rimangono e non si possono cancellare ideologicamente: sono sempre gli stessi, anzi si acuiscono, e altri vi si aggiungono senza che nessuno “dall’alto” li risolva (sono decine di anni che la scuola viene defraudata economicamente e nei suoi valori da governi di ogni colore), mentre dovrebbe essere il fiore all’occhiello di ogni società che si definisca democratica e civile.
In questi giorni Roma sta vivendo momenti di tensione a causa delle numerose occupazioni di licei e istituti superiori che, sulla scia degli Indignados oramai presenti quasi in ogni nazione, si moltiplicano di giorno in giorno senza che i media nazionali se ne occupino, troppo impegnati nel solito e stancante “gossip politico” tra una nomina di un sottosegretario ed il mistero delle prossime misure anticrisi. Molte scuole hanno “programmato” questo stato di agitazione, forse in modo troppo spontaneo e repentino, ma comprensibilmente giusto e valido. Soltanto che la società, oramai allo stremo delle forze, sfilacciata e spaventata da un futuro a tinte fosche, non segue più i suoi "movimenti" come dovrebbe e si arrocca in posizioni di chiusura e persino di netto contrasto. Quello che è successo al I Liceo Artistico di Via di Ripetta la dice lunga sul clima di intolleranza che regna, tra i tanti e "pesanti" problemi nella Capitale.
L’occupazione dell’istituto era stata regolarmente annunciata alla direzione con una richiesta formale sottoscritta da 150 studenti, una settimana e niente più, poi si sarebbe ritornati alla normale didattica. Nulla di eclatante quindi. Salvo che la nuova Preside non ha voluto sentire ragioni, rifiutando il dialogo con i ragazzi e passando alle “vie di fatto” inoltrando una serie di denunce preventive all’autorità giudiziaria. Un atteggiamento a dir poco incomprensibile, che non aiuta di certo a svelenire il clima creatosi e che, ancora una volta, come spesso sta accadendo all’interno degli istituti romani, contribuisce all’allontanamento degli studenti da un’istituzione che li dovrebbe avvicinare e rendere sempre più partecipi, al di là delle e formalità e delle imposizioni dettate dall’alto di piedistalli ormai resi obsoleti.
Mi sono così recato sabato scorso alla sede del mio ex-liceo per conoscere e vedere all’opera questi ragazzi, ma era troppo tardi: la direzione aveva deciso di chiudere il portone d’ingresso in quanto bisognava quantificare i danni subiti che, a quanto mi è stato detto, erano “ingenti” (ma non si è potuto constatare di quale entità). Rimasto così all’esterno ho interpellato i pochi studenti che stazionavano nel cortile antistante, che mi confermavano la sola presenza di alcune scritte sui muri interni realizzate con la vernice, fatte peraltro da elementi estranei allo stesso istituto. E nient’altro. Presente anche una delegazione di genitori che mi ha esposto un quadro d’insieme complessivamente negativo su come venga diretto questo importante liceo romano sito in una complesso edilizio storicamente di rilievo: rigide prese di posizione, mancanza totale di dialogo e d’incontro costruttivo sono all’ordine del giorno, sommandosi ai cronici problemi di una struttura in parte fatiscente e pericolosa (“le maniglie delle porte antipanico non funzionano”, “intere classi vagano per i corridoi nella ricerca di un’aula dove svolgere la lezione, ma che viene trovata regolarmente occupata”, "la presenza di numerosi ragazzi affetti da handicap non viene supportata a dovere", ecc.).
“Cosa vogliono questi studenti?”: la domanda incombe perenne a ogni piccola agitazione che sconvolga la routine quotidiana dell’istruzione pubblica. E la risposta non può che essere sempre la stessa. Quello che chiedono, e chiedevamo anche noi, è semplicemente avere scuole sicure (siamo il Paese europeo con l’edilizia scolastica più fatiscente), aule dignitose e moderne (a proposito le lavagne multimediali della Gelmini chi le ha viste?), strumenti di lavoro funzionanti, flessibilità didattica e speranza per il futuro. Come non dargli ragione? Richieste insindacabilmente giuste e corrette, ma, è qui sta il punto, portate avanti con superficialità politica, assenza di strategie e poco coinvolgimento, da una parte, e chiusura a priori dall’altra. Così non si va avanti.
E mi domando cosa ne pensino i professori, che questo disservizio lo vivono quotidianamente; ma soprattutto i genitori, se sono al corrente di tale situazione, e come ipotizzano un loro intervento. E ritengo inoltre che è arrivato il momento “storico” di assumersi le proprie responsabilità nei confronti di una parte della società che è il futuro di questo paese, tutti, nessuno escluso, a cominciare dalle stesse famiglie che hanno acquisito nei confronti della scuola (lo dico per esperienza diretta) posizioni a volte menefreghiste e a volte arroganti, inquadrandola come una sorta di “parcheggio” momentaneo dei propri figli, subendo però dei sacrifici immensi anche in termini economici.
Augurandomi che le cose cambino per il verso giusto e le menti… si aprano senza preconcetti, caratterizzate da positività e sensibilità.
Se ne sente assolutamente il bisogno.











