
Se volete farvi un bel regalo, lontano dai rumorosi ingorghi che in questo periodo affogano le grandi città, concedetevi una visita al “Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini” di Roma, dove c’è una bella mostra: “Women in Charge. Artiste Inuit Contemporanee”.
Si tratta di 50 opere di sei artiste di fama internazionale: Annie Pootook, Shuvinai Ashoona, Ningekuluk Tevee, Siassie Kenneally e “le capostipiti del gruppo” Pitseolak Ashoona e Napachie Pootoogook.
Queste artiste, formatesi tutte nei Kinngait Studios di Cape Dorset, nell’Artico Canadese, hanno superato con la loro arte la tradizionale immagine delle donne Inuit, le Eschimesi per intenderci, una vita vissuta all’insegna di ruolo di supporter del cacciatore, “il maschio” Inuit.
I mutamenti radicali avvenuti in queste società, paragonabili solo a quelli delle società aborigene dell’Australia, dove, da una vita vissuta nel piccolo nucleo familiare e su un’economia basata sulla caccia del caribù e la conseguente lavorazione delle pelli da parte delle donne, sia per abbigliamento e calzature che rivestimenti per imbarcazioni, si è passati dagli Anni ‘50 in poi, a una basata su quella delle grandi metropoli Canadesi, dove la tradizione si è inevitabilmente persa per lasciare spazio a un habitat urbano estraneo e ansiogeno, lontanissimo dallo stile di vita del “paesaggio artico”, fatto di semplicità e tradizioni consolidate.
Eppure, queste donne non si sono perse d’animo, hanno saputo reagire con dignità al cambiamento loro imposto dall’evoluzione delle società moderne che non lascia spazio ai ritmi lenti di quelle tribali. Infatti l’Arte Grafica Inuit nasce sull’isola di Baffin nel territorio Canadese del Nunavut dove nel 1959 è stata fondata la “West Baffin Eskimo Cooperative”, la più antica organizzazione artistica dell’Artico, dove strane “dinastie” artistiche si tramandano da madre a figlia.
Si può così ammirare una magnifica collezione di disegni bidimensionali, di rara bellezza e grazia, dove, tra inchiostri e pastelli, si mescolano realtà tradizionali come animali dell’artico, foche e orsi ma anche pesci, a realtà in transizione, metropolitane, con interni di vita familiare; non manca la modernità, con leggende e miti dell’Artico rivisitate in chiave ironica, e le “novità”: Shuvinai Ashona, che passa dal disegno monocromatico a inchiostro a un vasto spettro di colori, si cimenta in ritratti e autoritratti con grande maestria. Sono vere e proprie storie del passato, con richiami al patrimonio tradizionale Inuit, ma perfettamente integrate nel “modernismo”.
Questa narrativa grafica, definita appunto “Arte Grafica Contemporanea” e non Arte Etnica, è un omaggio alle donne Inuit, sia di ieri che di oggi, e non stupisce il grande successo internazionale di queste artiste, arrivate dalle più grandi rassegne del mondo, che per la prima volta espongono in Italia, ci insegnano come si possa passare “creativamente” dai cambiamenti “traumatici” che la società ci impone.











