Anni '70, anni di piombo. Bologna, città in fermento: movimento femminista, contestazione studentesca... il '77 è l'apice della violenza. Ci scappa il morto, l'ennesimo; i carri armati scendono in piazza per arginare la rivolta. Nello stesso anno, al DAMS - quel DAMS dove insegnava Umberto Eco e studiava Andrea Pazienza - si formavano gli Skiantos, una band che della protesta ha fatto il proprio cavallo di battaglia, senza armi da fuoco, ma con la tagliente arma dell'ironia e la dirompente musica rock.
L'ormai storico gruppo italiano è tornato al Circolo degli Artisti di Roma con una freschezza e una vitalità da boy band, e col medesimo asserto di due anni fa: Dio ci deve delle spiegazioni, possibilmente convincenti. È il titolo, questo, del loro ultimo album dal quale estraggono per il pubblico capitolino Testa di Pazzo e Merda d'artista, omaggio alla provocatoria opera di Piero Manzoni. Sono passati trentaquattro anni da quando registrarono la loro prima musicassetta, in una notte: Inascoltable; la musica era davvero inascoltable ma i germi della loro “poetica” c'erano già tutti.
In seguito, grazie a questo prodotto, approdarono ad un contratto discografico con la Cramps Records, per la quale incisero le pietre miliari Monotono e Kinotto. Oggi la loro musica si sarà affinata, i testi avranno più ampio respiro... ma la filosofia è la stessa: essere contro, a prescindere. Il concerto è stato introdotto dalla lirica Sono Buono, testo di cui si è avvalso il semiologo della musica Gino Stefani il quale a proposito degli Skiantos dice: «I critici letterari, colti (Maria Corti) e “popular” (Umberto Fiori), hanno scritto cose sapienti e sottili sull'arguzia di questi testi, scemi per finta». Da questo innovativo linguaggio, poi, hanno attinto anche musicisti del calibro degli Elio e le storie tese, tributari agli Skiantos almeno nel nome, mutuato da quell'inventario di espressioni del gergo giovanile che prelude Eptadone, brano che ha infervorato la folla. Tra Gelati, Kakkole e Sbarbine, Roberto “Freak” Antoni si è esibito nei suoi classici intermezzi pseudo-poetici, e, mentre a Sanremo si celebrava l'unità d'Italia, Fabio “Dandy Bestia” Testoni (infortunato) ha reso omaggio alla Patria a modo suo, eseguendo un Inno nazionale hendrixiano.
Altro inno dedicato alla ribellione giovanile, Sono un ribelle mamma, è stato regalato al pubblico (come di consuetudine) durante il bis. Verrebbe da chiedersi come mai una realtà così importante per la scena punk-rock italiana non sia mai stata effettivamente sulla cresta dell'onda, mentre da anni cavalca quella dell'onta. Milioni di dischi invenduti e una carriera di insuccessi (sono tutte definizioni che loro, eterni giovani, con autoironia si attribuiscono). In realtà un riconoscimento, se pur in ritardo, per il leader è arrivato lo scorso anno: il Premio Tenco. Ma riteniamo che a questi raffinati intellettuali travestiti da ribelli non sia ancora stato attribuito il giusto merito, probabilmente perché rifugiati nel nostro ipocrita perbenismo non siamo ancora smaliziati abbastanza da accettare una tale dissacrante demenzialità e coglierne il fine catartico.
Dunque: largo all'avanguardia, pubblico di merda











