Gli orizzonti della musica indipendente italiana sono ormai cambiati, soprattutto se si pensa all’impegno civile di un gruppo come Il teatro degli orrori.
Dell’impero delle tenebre e A sangue freddo avevano messo in luce rilevanti potenzialità musicali e letterarie di questo gruppo post-punk. Infatti, la band capitanata dal carismatico Pierpaolo Capovilla è forse quella che negli ultimi anni ha lanciato un nuovo rock alternativo d’autore, in cui il peso delle parole e le vergogne del tempo che viviamo feriscono come una lama. Il mondo nuovo è un esperimento continuo, dove la simbiosi fra musica e parola (cantata e parlata) ha un impatto diretto. I temi, storie collegate dai sentimenti oscuri e perduti, avrebbero dovuto rappresentare il progetto di un disco con un titolo differente, “Storia di un immigrato”, con un chiaro riferimento a De Andrè. Successivamente, però, Il Mondo Nuovo è stata la scelta finale, titolo che si ricollega all’opera di Aldous Huxley, un disco coerente con le ambizioni del gruppo, in cui si percepisce sempre un riferimento al teatro-canzone, dove il noise-rock pungente viene sostenuto dalla componente poetica, fondamentale nella sua espressività sincera e aggressiva. Anche i riferimenti sentimentali si impongono sempre nelle storie narrate-cantate, manifestando pensieri e sensazioni individuali con toni speranzosi seppur disillusi. Non ci troviamo davanti a un gruppo stereotipato, ma a un progetto musicale, che in questo disco presenta novità espressive, anche da un punto di vista musicale (Gli Stati Uniti d’Africa). Seguendo questo percorso musicale, il disco appare con una manifesta veste distopica, dove il grigiore culturale della società globale viene sbandierato in tutto il suo degrado (Cleveland-Bahgdad). La struttura musicale del disco non è tanto un susseguirsi di melodie, ma più un cammino fra storie e fatti, riferimenti letterari. La voce, la parola e la rabbia diventano i presupposti fondamentali per messaggi di disordine e disequilibrio sociale. Rivendico e Io cerco te sono spasmi di dolore, isolamento e speranza. Ma il disco contiene brani che portano nomi, come Martino, Monica, Pablo, perché contiene storie di persone comuni, migrate, abbandonate, sperdute. La forte connotazione politica che contrassegna il gruppo di Capovilla si scontra adesso con una maggiore sperimentazione, senza cadere nella trappola del solito disco post-punk in cui la tracklist ha dei prestabiliti alti e bassi, ma dove ogni brano è una melodia ricercata, una poesia a metà, che non si conclude perché continua in quella successiva. Si percepisce sempre la presenza di quell’impero delle tenebre con cui si erano affacciati agli esordi nel mondo, con la schiettezza dei musicisti politicamente scorretti, che nei primi due album mantenevano un talento musicale in divenire. Sicuramente, questo terzo disco si discosta, azzarda maggiormente dal punto di vista musicale, offre una ricerca maggiore di suoni differenti, quasi a voler tessere un disegno più ambizioso dei precedenti lavori. Non si può non tener conto della capacità di questo gruppo di garantire opere sempre più differenti, graffianti nel contenuto e nella forma. Senza mai discostarsi da temi come l’amore, la fede, la dignità, anche in questo album sgorga una realtà devastate, itinerante, che non si ferma mai in un punto, ma si trasforma e prosegue un cammino. Non ci sono verità assolute, perché la musica rappresenta in questo caso uno sfogo sincero, puro e trasparente. Questo è il mondo nuovo.











