
Il primo anno dopo gli anni zero non è stato un momento di svolta o di eccessivo stravolgimento degli equilibri musicali creatisi in questi primi dieci anni successivi al 2000.
Il 2011 ha sfornato sicuramente materiale interessante, ma più per una ricerca del nuovo che per una contemplazione del presente. È difficile stabilire dischi realmente vincitori, vinti o neutrali. Non c’è dubbio che non ci troviamo di fronte ad un’annata che si è messa da parte in relazione alle nuove rivelazioni e ai veterani che imperano nella scena musicale indipendente. Ma anche la parola “indie”, al momento, necessita ancora di sfumature nuove, in quanto è divenuta forse anch’essa parte di un mainstream volutamente ridotto ed elitario al fine di renderlo apprezzabile da un’utenza ampia e generalizzata. Ma non ci si può certo lamentare del risultato. And the winner is…Girls, che con il loro “Father, son, holy ghost” non possono che sovrastare tutto il resto, forse per una nostalgia che li contrassegna nel dimenarsi fra le gradazioni psichedeliche e il languido ricordo delle tonalità grunge rimescolate con influssi indie contemporanei, realizzando un disco completo nella struttura e nelle emozioni sonore. Subito dopo, il secondo posto agli americani Thee Oh Sees, che si mostrano decisi e perfettamente coordinati con il loro “Carrion Crawler/The dream”, disco prettamente punk, ma corroborato dalle atmosfere psychobilly ipnotiche e deliranti.
A malincuore, solo un terzo posto agli Strokes, a cui aggiudicare una postazione rilevante, ma non assoluta, forse a causa di uno stile iniziale perfetto, che non può non riflettersi nelle opere successive, essendo “Angles” un ottimo disco, ma non perfetto come “Is this it”, che resterà sempre il capolavoro indelebile della band newyorkese, e di cui si aspetta ancora da molto un degno seguito. Subito dopo, The pains of being pure at heart, newyorkesi dalle sonorità europee per lo stile scelto, un indie-pop dalle diramazioni shoegaze, che nell’album “Belong” esprime tutta la sincera malinconia di una personalità che lascia un sorriso amaro. Nonostante le profonde aspettative, i Radiohead avrebbero dovuto essere la rivelazione di quest’anno, ma non è stato così, e un quinto posto è ottimale per il loro The King of limbs, disco pubblicato all’improvviso, un esercizio di stile autoriale, ma a tratti statico. Non si capisce quali siano le intenzioni di Yorke e compagni, non si trova una rinascita, la perfezione che già hanno raggiunto nel passato, e che a più di dieci anni dal supremo “Kid A” avrebbe dovuto materializzarsi in tutta la magnificenza stilistica della loro inquietudine musicale, senza una strada unitaria, ma mantenendo i trasformismi e le allucinazioni sonore della loro sensibilità affranta. Ma va bene così, perché si tratta di un disco assolutamente stimolante e tecnicamente ben gestito. Il sesto posto va agli Yuck, londinesi esordienti dai risvolti post-grunge, decisamente attaccati a un passato che non vuole tramontare, ma che in questo esordio si rinnova e lascia una nostalgia genuina. Subito dopo, “Tomboy”, opera sperimentale di alto livello di Noah Benjamin Lennox, musicista eclettico e appassionato, fra i fondatori degli Animal Collective, ma anche brillante manipolatore solitario di sonorità elettroniche innovative e introspettive, capace di racchiudere in un disco umori nascosti e stati d’animo echeggianti. Un ottavo posto agli Smith Westerns è dignitoso, dato che il quartetto di Chicago emoziona con “Dye it blonde” per gli obiettivi passionali che intende raggiungere mantenendosi sempre con i piedi per terra, senza rischiare troppo. Tuttavia, una vera rivelazione è la collaborazione allucinata dell’inossidabile Lou Reed, che si reinventa autore al limite fra psichedelia e metal puro con un disco che incanta e sorprende, dove la voce di Reed riesuma i contorni artistici dei Velvet Underground, uniti a un martellante timbro distorto del gruppo di Hetfield; il risultato è Lulu. Infine, un po’ di fiducia ai Vaccines, che esordiscono con un disco semplice, minimale nei presupposti ma efficace nel complesso, con frecciate punkeggianti immediate ma unite a basi elettroniche volte a dare un’identità ancora in fieri al genere musicale del gruppo.
Nonostante questi siano i complessivi giudizi, non si può evitare di citare ulteriori opere post top ten assolutamente rilevanti. Infatti, non può non indicarsi il nuovo lavoro dei dEUS, “Keep you close”, che non è stato inserito probabilmente perché, pur trattandosi di un disco assolutamente efficace, rievoca troppo spesso la struttura di “Pocket Revolution”, e questo forse evidenzia un attaccamento stilistico eccessivo al glorioso passato. Anche in questo caso, sarebbe stato necessario un passaggio ad uno step creativo ulteriore, sicuramente necessario a una costante maturazione artistica riconducibile al fondamentale “The ideal crash”, vero punto di svolta del gruppo. In seguito, anche gli Arctic Monkeys avrebbero dovuto spiazzare i concorrenti, ma “Suck it and see” è un disco da avere ma non da citare, essendo un lavoro complessivamente serio, che rimanda addirittura a dimensioni grunge inaspettate, ma che non stupisce come dovrebbe per come si mostra. Il titolo ironico e provocatorio non è sufficiente a garantire una personalità musicale imponente, che rimane distaccata e non si rivela mai nella sua completezza espressiva. Inoltre, degni di lode sono anche i Tune Yards, che con “Whokill” lasciano il segno attraverso sonorità tribali elettroniche e ricercate molto singolari. E ancora, all’interno del panorama italiano ricordiamo i Marta Sui Tubi, che con “Carne con gli occhi” esprimono passioni sperimentali e innovazioni sonore ruvide e dirette. Allo stesso modo, interessante è il lavoro dei Dodos, che con “No colors” alimentano speranze per il folk’n’roll più sperimentale. Dati i presupposti, sarà interessante scoprire la prossima annata.
In sintesi la nostra TOP TEN
1) Girls – Father, son, holy ghost
2) Thee oh sees – carrion crawler/the dream
3) The strokes – Angles
4) The pains of being pure at heart – Belong
5) Radiohead – The King of Limbs
6) Yuck
7) Panda Bear - Tomboy
8) Smith Westerns – Die it blonde
9) Lou Reed and Metallica – Lulu
10) The Vaccines - What Did You Expect From The Vaccines?

















