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Lou Reed & Metallica: scritto col sangue

È difficile immaginare oggi artisti talentuosi e inarrivabili come Lou Reed, ma ancor di più è a dir poco atipico trovarlo proprio oggi a combinare canzoni con un gruppo come i Metallica.

Ma la grandezza sta in questo. Nessun limite o vincolo dettato da carriere contrapposte. Lulu è un’opera sofferente, glaciale e solitaria, un doppio disco elegantemente complesso, che ferisce e percuote con melodie estreme di grande livello. La copertina vede su uno sfondo bianco un busto di un manichino senza braccia di una donna, col viso truccato e scolorito e, al centro, una scritta rosso sangue: Lulu. Questa collaborazione accomuna due ambiti musicali antitetici. Lou Reed è il New York City Man per eccellenza, musicista versatile, rocker dal carisma metropolitano e dalla natura indubbiamente psichedelica, che, dalla fine degli anni ’60 in poi, gettava le basi del rock’n’roll moderno, anticipando, grazie ai Velvet Underground, i generi indipendenti che sarebbero arrivati in seguito. I Metallica, però, sono il metal puro, marcato, graffiante che rimane incardinato in un campo musicale ben definito. Ma non qui. Si potrebbe addirittura pensare a qualche tendenza al noise-rock con un disco simile, in quanto svanisce la struttura stereotipata del disco heavy metal, ma si parla di un progetto musicale isolato, che vuole fare di una collaborazione assolutamente insolita un brillante momento di condivisione di esperienza professionale. Brandenburg Gate apre il disco, e sin da subito viene un po’ da sorridere a sentire Reed accompagnato dai riff dei Metallica che cerca un suo ruolo, che dopo pochissimo però si percepisce. The view è una combinazione di allucinazioni sonore imprendibili, quasi vere e proprie scosse in cui il cantato-parlato di Reed viene corroborato e arricchito dall’imponenza di Hetfield, con un’evolversi di tempi e riff definiti. Pumping Blood delinea fortemente la capacità di Reed di adattamento musicale, la sua voce strisciante e determinata viene accompagnata dalle pesanti distorsioni delle chitarre, e rappresenta un interessante esperimento, in quanto si affiancano momenti di quiete, in cui è la voce a predominare, a momenti tecnicamente più complessi, dove è la batteria di Ulrich a improvvisare gli effetti sonori. Mistress Dread assume le vesti di un’impetuosa canzone speed-metal, che mantiene un leggero contatto con l’armonia equilibrata della voce di Reed, sofferta e oscura. Iced honey presenta una struttura più classica e orecchiabile, sempre nei limiti di una sperimentazione evidente nel percorso seguito dal disco.

Cheat on me è uno dei brani migliori e più introspettivi, in cui l’armonia si confonde con gli sfondi sonori distorti, e in cui prevale la disperazione del suono ricercato e della voce infranta. Frustration apre il secondo disco, e presenta elementi ancor più insoliti, con maggiori spazi per l’espressione vocale di Reed, in cui alcune intonazioni ricordano gli anni passati, l’indescrivibile carriera che lo ha caratterizzato per la sua capacità di interpretare i brani che cantava in modo assolutamente personale. All’improvviso, arriva il brano forse più riservato, Little Dog, quello in cui la mano di Reed è più presente simbolicamente, perché è proiettato nelle atmosfere di una ballata, una canzone solitaria, che si protrae con grande profondità. Dragon continua questa tendenza musicale a mantenere una voce nel vuoto, un’eco che però viene contraccambiata dal ritorno dei riff distorti e turbolenti. Junior Dad chiude l’opera, e trascina con sé i ricordi del passato. Il pezzo più lungo del disco è anche quello che lo chiude, dove in venti minuti si sintetizza lo stile elengante di uno dei padri del rock psichedelico, che sa alternare le corde di una chitarra a quelle di violini e archi, e la maturità artistica di uno dei gruppi metal più importanti degli ultimi trent’anni. Lulu non è un disco metal, ma una sperimentazione costante di perturbazioni sonore, di voci urbane scosse e solitarie, ma è anche tecnica musicale raffinata, dove si percepisce un’omogeneità melodica difficile da raggiungere, che qui punta a garantire un impatto emotivo indelebile.

 

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Autore di questo Articolo: Federico Zumpani

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