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Girls: l’amore ai tempi dell’indie

Ciò che colpisce inizialmente nei Girls è il fatto di essere stilisticamente prevedibili. E non c’è niente di male, perché il loro stile si trasforma, si evolve nelle malinconie di Christopher Owens, nei riff puliti e nelle distorsioni che corrono dietro al ricordo degli anni ’90. C’è bisogno di gruppi come i Girls, perché mantengono saldo il legame fra l’attuale panorama musicale indie e il rock del passato, quello che ancora predomina nei ricordi.

Father, Son, Holy Ghost è la conferma di un sound efficace, indipendente e introspettivo, riflesso di un progetto musicale che rispecchia pienamente i tempi che corrono. Album, opera prima della band, metteva già in rilievo un desiderio libero di espressione, attraverso effetti sonori già conosciuti e un’architettura musicale tipicamente vintage, che però in questo caso vengono modellati attraverso emozioni differenti. Questo secondo disco parla di amore, tristezza, passione, e racchiude tutto in una tracklist ben definita, lineare e a tratti tortuosa, dove ogni tentativo di equilibrio musicale viene stravolto dall’improvvisazione di un genere diverso. Il carisma è evidente, lo si percepisce sin da Honey Bunny, inizio azzeccato nel definire la ricerca sonora del gruppo. Alex, tuttavia, è il pezzo che apre le danze, leggera e misurata, ma altrettanto notevole come fase iniziale del disco. Die è un fulmine a ciel sereno, improvvisa contorsione di percussioni e distorsioni, distaccata dall’iniziale intento di mantenersi su equilibri sonori similari. Da questo pezzo si ricava l’enorme talento del gruppo, che si confronta con generi differenti, mostrando una psichedelia congenita nell’arrangiamento dei pezzi e nella loro articolazione. Saying I love you è la ballata di mezzo, la canzone di stacco che rilassa e mantiene alto il tiro, senza mai scadere in armonie smielate e prevedibili.

A tratti, potrebbe scorgersi un sincero tributo agli anni ’60, ma con un marcato interesse a tenere i piedi per terra senza dimenticare l’evoluzione dell’indie-rock, che per loro è fondamentale, dati i risultati. Allo stesso modo, My Ma non vuole essere la ripresa del rock’n’roll ricercato, ma mantiene i toni bassi, creando un’atmosfera calorosa e sensibilmente profonda, soprattutto capace di alternare emozioni inverse. Ma è Vomit il capolavoro del disco, vera pietra miliare di Owens e compagni, perfetta e complessa, una miscellanea di stati d’animo controllata. Just a song sembra una canzone di chiusura, forse per i toni acustici, la sensazione di allontanamento, o forse la semplice struttura della canzone, che sembra richiamare verso la fine le melodie di Phanerothyme dei Motorpsycho. Magic ritorna al presente, ma i ritmi sono sempre quelli, spensierati e profondi, disincantati ma intrappolati nel desiderio di esprimere un’emozione di fondo nostalgica. L’irriverente adolescenza che sprigionano i Girls lascia sognare e concede il lusso di poter sognare ancora momenti perduti. Forgiveness ritorna agli angoli bui, le luci soffuse e la voce bassa, senza mai perdere di vista il percorso seguito, e regala assoli sofferti in un susseguirsi di sofferenze e passioni. Love like a river è più distaccata dalle altre, si discosta dall’accurata malinconia con cui si è gestito il disco. La versatilità è un elemento costante nei Girls, perché il secondo disco rappresenta la maturità di un gruppo principalmente psichedelico, che gioca con i generi, esprimendo ciò che meglio li caratterizza in un brano e non solo nell’intero album, senza considerare le conseguenze che ne derivano. Non si può identificare facilmente il loro genere, perché forse anche il termine indie-rock potrebbe limitare la loro natura musicale. Jamie Marie chiude il disco, e commuove, perché è la soave conclusione di un disco necessario in un momento musicale come questo, in quanto capace di unire umori e sensazioni in canzoni pressoché semplici nella loro complessità strutturale. In tempi come questi, un simile disco rinnova gli animi, e lascia sperare che ancora possano esserci gruppi indipendenti che conoscono il loro mestiere, senza mai dimenticare la spensieratezza e la libertà di ricercare la malinconia in pochi accordi.

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Autore di questo Articolo: Federico Zumpani

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