
Per la prima tappa del tour degli …A Toys Orchestra, non c’era posto migliore del TPO, uno dei centri sociali che muove culturalmente e musicalmente la città di Bologna ormai da molti anni. Aria di casa, aria di festa per inaugurare la rivoluzione di mezzanotte, condotta da “mille milioni di All Star che marciano” e seguono la scia delle note dell’ultimo parto discografico “dell’orchestra giocattolo”;
Un’opera nata prematura perché inattesa, ma assolutamente pronta ad affacciarsi al mondo dei palcoscenici italiani e ad unirsi alla pluri-premiata discografia del gruppo di Enzo Moretto. Con una marcia in più questa volta, inserita dal peso di una realtà troppo ingombrante per essere ignorata.
Enzo, quest’anno compite quindici anni dalla formazione del gruppo. Che cosa pensate di avere imparato?
Il tempo in realtà conta poco; abbiamo sicuramente acquisito più consapevolezza di ciò che abbiamo dentro, ma la fiamma è sempre la stessa degli inizi. Sono le cose attorno a noi che hanno cominciato a cambiare.
Come mai l’uscita di due dischi a distanza così ravvicinata, in controtendenza rispetto alla norma?
Il ciclo normale sarebbe ogni tre anni, invece Midnight (R)evolution è venuto spontaneamente subito dopo Midnight Talks, è come se fossero cuccioli della stessa figliata. C’è un innegabile continuum.
Come si fa a scrivere un disco in tour?
Nei ritagli di tempo quando sei a casa, quando senti l’esigenza di varcare la realtà dei live; anche dopo 20 ore di lavoro, la creatività è difficile da tenere a freno. L’11/11/11 avrebbe dovuto essere la data della prima tappa del tour poi posticipata: una scelta precisa? So che per la numerologia l’11 è il numero del cambiamento e quindi dell’evoluzione, ma la data non è stata scelta apposta. Sarebbe stato bello, ma abbiamo dovuto spostare a oggi.
I brani di Midnight (R)evolution e di Midnight Talks hanno dei richiami reciproci?
È avvenuto senza accorgercene, come ci hanno fatto notare in molti. Probabilmente quello che si riconosce è semplicemente la cifra stilistica.
Midnight Revolution è anche il titolo di un pezzo, caratterizzato da estrema autoironia: è così che va letto tutto l’album?
Il brano è messo all’inizio proprio perché deve fornire la chiave di lettura. Parlare di rivoluzione può essere piuttosto pesante, l’ottica ironica aiuta a rendere il concetto più accessibile; d’altronde, l’ironia fa parte di me da sempre, amo fare discorsi seri con piglio beffardo oppure al contrario affrontare temi leggeri con estrema gravità.
In “Welcome to Babylon” si sente: “The city burns and we still make a toast”; secondo te gli artisti oggi non possono più esimersi dall’esprimere la loro opinione sulla situazione politica e sociale attuale?
Questo periodo storico è troppo invadente e invasivo. La vita sociale e la politica sono rimaste nel mio privato fino ad un certo punto, ma ora come ora è impossibile fare finta di niente. Seppure con accenti onirici, io scrivo canzoni e non sogni.
Si può parlare di “scena musicale” per Bologna?
La definizione è impropria sia per Bologna che per l’Italia. Si poteva parlare di scena quando tra gli artisti c’era un pensiero comune, mentre tra le band di oggi non funziona così. Siamo tante realtà, piuttosto.
Oltre alle tappe italiane, pensate di andare anche all’estero?
Certo, vogliamo andare ovunque! Non siamo mica dei pazzi nazionalisti…











