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Trasformismo e consociativismo: ‘inciucio’ scientifico. Secondo Mauro Fotia

Mauro Fotia ha insegnato Scienza della politica alle università di Messina e Trieste, oggi è docente di Storia della politica alla Sapienza di Roma. Studioso dei rapporti tra classi politiche e masse, ne ha esaminato in particolare i profili dedicati legati ai partiti, alle lobby e ai movimenti sociali.

Professore, lei è uscito in libreria con un saggio dal titolo “Il consociativismo infinito-Dal Centrosinistra al Partito Democratico”, scritto per le Edizioni Dedalo. Ma per prima cosa vorrei chiederle un parere sul Governo Monti e sulla discontinuità di cui tanti parlano. “Discontinuità? Non c’è nulla di nuovo salvo la sostituzione dello stile commercial-pornografico berlusconiano con l’aplomb anglosassone. Si va avanti con una politica finanziaria che incide sugli strati più deboli della società, sui più poveri. La considerazione delle posizioni dell’azionista di maggioranza (Berlusconi e il Pdl) è palese. Al contempo non mancano tentativi di aggiustamenti secondari che dovrebbero giustificare il sostegno parlamentare dell’azionista di minoranza (Bersani e il Pd). Ci troviamo dinanzi ad un atteggiamento che torna, dal mio punto di vista, come ennesima riprova a quanto cerco di sostenere in tutto il mio libro: e precisamente che il consociativismo politico si accompagna sempre con il consociativismo economico.

Personalmente colgo l’analisi sulla società italiana riportandola a una patologia di fondo che fa della nostra democrazia, sin dai primi anni dell’Unità, una società malata e a democrazia bloccata. Tale patologia consiste in un trasformismo che, nella ricerca continua di un Centro - luogo di compromessi - sfocia nel consociativismo. Insomma: approda a un’alleanza a volte aperta e spudorata, più spesso nascosta, tra maggioranza e opposizione rinunciando alle dinamiche dell’alternanza e quindi alla democrazia. Sono nel giusto? “Ha colto nel segno! Il mio libro è tutto dedito a dimostrare che il consociativismo si annida nel retroterra della politica italiana, trovando manifestazioni di assoluta evidenza nei quattro momenti salienti della storia dell’Italia unita quali sono il giolittismo, il fascismo, il doroteismo democristiano e il berlusconismo”.

Ecco, il berlusconismo: lo avverto come un prodotto della Dc e del Psi ma anche del Pci, nel frattempo traformatosi in Pds. “Ed è davvero così… I tre partiti, con le loro pratiche consociative e la loro miopia politica, hanno aperto all’imprenditore di Arcore un’autostrada nella quale è entrato trionfante, rimanendovi per oltre quindici anni e senza poter dire che la sua partita sia definitivamente chiusa. Nonostante apparisse da subito dedito a trattare gli affari di Stato come affari delle sue aziende e dei suoi interessi, in una logica privatistica, e spogliasse l’Italia d’ogni dignità civile e politica, il Cavaliere è stato sostenuto da un blocco sociale e da un elettorato in cui i post-democristiani e i post-craxiani l’hanno fatta - e continuano a farla - da protagonisti.

Pd che, per lei, non ha interrotto le pratiche trasformistiche e consociative dei patiti dai quali è nato e non si è emancipato dalla loro sostanziale gravitazione verso il Centro. Vuol dire che i Democratici si sono imborghesiti? “Noto che lei tocca punti dolenti!... Io però ho il dovere di rispondere anche perché nel libro tali punti sono centrali. Il Pd non ama dichiarare quale sia il suo preciso profilo politico, la sua identità e la sua collocazione. Accade a volte che i suoi dirigenti qualifichino il partito come una forza di sinistra eppure le sue idee su temi come eguaglianza, lavoro (centralità del lavoro, difesa della dignità e dei diritti dei lavoratori), il suo modello socio-economico sembrano legati a un progetto di società liberal-riformista, i cui cardini sono la priorità della crescita, le liberalizzazioni e una riforma del welfare in chiave efficientista. L’art. 1 del suo Manifesto dei valori, in fondo, lo presenta come una “grande forza nazionale”, intesa ad ammortizzare le differenze ideologiche e a trovare un incontro degli strati popolari e dei ceti medi al Centro. Sulle posizioni consociative, poi, basta leggere le pagine del libro (non poche) dedicate alle condotte politiche detenute da leader come Massimo D’Alema (proposto, tra l’altro, da Berlusconi per la Presidenza della Repubblica al posto di Giorgio Napolitano) e Walter Veltroni - per non poco tempo, sempre da Berlusconi, considerato il personaggio ideale per un dialogo consensualista con l’opposizione”.

Inoltre lei è estremamente severo anche con l’Udc. Scrive di “una scarsa tensione morale” dei suoi dirigenti e militanti. Tutto è dovuto alla posizione centrista, d’origine democristiana? “Buttiglione, Follini, Casini hanno molteplici responsabilità dinanzi al Paese. Prima, per aver frammentato quel po’ che era rimasto della Dc dando vita a una diaspora esasperata e a una serie infinita di frantumazioni spesso risibili, in quanto evocano la scissione dell’atomo… poi perchè si asserviscono a Berlusconi, sposando la sua anti-politica, il suo populismo, la sua devastazione dello Stato di diritto attraverso le leggi ad personam. Senza dire di personaggi di rilievo, specie siciliani e calabresi, implicati in processi di mafia!”.

Prof. Fotia, lei tocca fili scoperti e io ne approfitto… E’ vero che il loro progetto era quello di avviare la fine di Berlusconi e del berlusconismo? “E’ vero, è vero. Sognavano, con l’aiuto di taluni settori industriali e l’appoggio di segmenti delle gerarchie ecclesiastiche, di irretire Berlusconi entro il progetto di una formazione politica centrista simile alla Dc. Non avevano capito che lui era entrato in politica per promuovere le sue aziende e tutelare i suoi interessi, rimanendo indifferente verso qualsiasi prospettiva ideologica. Delle ideologie si serviva solo nelle campagne elettorali, strumentalmente… e quando l’Udc se ne accorge, è troppo tardi. Ciò nonostante anche da forza di opposizione continuano a strizzare l’occhio al Pdl, creatura di cui non sappiamo ancora se il leader sarà il delfino del padre-padrone oppure tutto tornerà come prima. Rocco Buttiglione, ad esempio, in questi giorni dichiara la disponibilità dell’Udc a dar vita ad un nuovo grande Centro purché Berlusconi si faccia da parte. Subendo l’umiliazione di sentirsi rispondere che un bonsai non può pensare di dettare legge in un giardino dove prosperano alberi giganteschi. Come dimenticare, del resto, la frase pronunciata da Berlusconi anni or sono: “Noi non puntiamo al grande Centro, noi siamo il grande Centro, anzi, il Super Centro”?.

E che ne pensa del Governo Monti? Va esente da elementi di trasformismo? “Ci troviamo senza alcun dubbio di fronte a un Esecutivo di emergenza, con compiti gravi da assolvere, sorretto da una vera e propria “grande coalizione” formata da maggioranza e minoranza che in teoria dovrebbe rimanere fuori dall’arena consociativa. Eppure si tratta di un governo formato per lo più da banchieri, finanzieri, economisti consulenti di grandi gruppi produttivi o finanziari, mega-manager. La recente manovra economica volta a colpire le classi lavoratrici, i pensionati e i ceti medio-bassi mostra con chiarezza come essa trovi comodo e vantaggioso non toccare gli interessi dei grandi patrimoni immobiliari e mobiliari. La mancanza di un’imposta patrimoniale, la tassazione dei capitali scudati rientrati al ridicolo tasso dell’1,50%, la palese ambiguità mostrata nei confronti dell’asta delle frequenze televisive e l’assenza d’ogni vera volontà di ridurre gli scandalosi costi della politica mostrano come l’equità sia del tutto assente”.

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Autore di questo Articolo: A. P.

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