
Federalismo, concetto sdoganato da Bossi e dalla Lega. In venti anni il concetto ha fatto proseliti e si fatto accettare da gran parte del consesso nazionale.
L’idea di fondo è che, grazie al federalismo, il Paese migliorerà e riuscirà a curare i propri (antichi) mali. La riforma dello Stato sembra nascere sotto la stella della praticità e del contenimento dei costi della spesa pubblica.
A oggi tutto appare tuttavia ancora poco chiaro. L’Esecutivo Monti ha cancellato il ministero prima appannaggio del leader leghista - il ministero per il Federalismo - e lo stesso federalismo fiscale lascia più dubbi che certezze. Ne parliamo con il prof. avv. Achille Chiappetti, ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico a “La Sapienza” di Roma, autore del manuale di diritto amministrativo, “La Costituzione vivente italiana” e presidente della ‘Commissione-Brunetta’ che ha modificato il testo originario proposto dallo stesso Calderoli.
Federalismo fiscale: le date di esordio sono il 2014 per le Regioni, il 2016 per i Comuni. Esatto? “Non me ne voglia, ma in tali termini la domanda è mal posta. Perché parlare di ‘data di esordio’ per un cambio di sistema epocale non ha senso, laddove sarebbe invece più opportuno prenderne in esame i tempi di applicazione che ci danno così modo di parlare di ‘lungo procedimento progressivo’. Sincronicamente parlando è vero tuttavia che alcune ancore ci sono: il 2011 coincide ad esempio con l’avvio del federalismo fiscale in relazione alle Province… eppure ad esse non è stata riconosciuta alcuna potestà fiscale propria, se non una quota di prelievo sul bollo auto; e poi c’è il 2012, l’anno in cui avranno termine i trasferimenti agli Enti Locali e avranno inizio appunto i loro tributi propri. E ciò non toglie che anch’io abbia una domanda da porre…”.
Quale? “Questa: ci sarà mai il federalismo fiscale?”.
Però, una gran bella domanda… Non ne ero preparato! “Il fatto è che spesso si usano parole altisonanti per fatti più semplici di quel che si crede. Federalismo fiscale altro non è se non la possibilità data agli Enti locali di possedere tributi propri da cui derivino entrate certe. Quel che si deve evitare è che da un approccio razionale come questo derivi il rischio-inflazione, connesso a tutta la materia”.
Prendo atto del suo quesito, che peraltro giunge da un esperto. All’esperto chiedo allora se corrispondeva al vero quello che, nel mese di dicembre 2010, il PD attestò nel corso di una conferenza stampa: e cioè che il Governo non sapeva quantificare i trasferimenti. Non sapeva a quanto ammontassero quelli per i servizi essenziali e quelli per i servizi non essenziali. All’epoca, affermazioni fondate o no? “All’epoca un’osservazione esatta. Tanto esatta quanto corposa se messa in relazione all’oggetto del contendere. Mi spiego: siamo davanti a un’occasione che ci permette di mandare in archivio la spesa storica. Con la riforma fiscale in senso federale i soldi dati al territorio saranno giustificati solo dal costo delle funzioni attribuite agli Enti locali. Il che è una cosa mostruosamente difficile, nella quel ci saremmo dovuti impegnare da quarant’anni, tentando di capire quanto costasse al cittadino italiano la Pubblica Amministrazione. Ora è diventata tutta una corsa contro il tempo e contro gli ostacoli…”.
Eccoci: in tema di costi, i costi standard. Secondo lei, il testo finale offre una soluzione equa o si sarebbe potuto fare di meglio? “Guardi, ad oggi il Ministero delle riforme ha appena finito i lavori per stabilire quanto ci costano due servizi essenziali come quelli della Polizia municipale e dell’anagrafe, ecco che di nuovo parlare di data d’esordio è erroneo. Siamo pur sempre di fronte a una questione annosa, complicata: già negli Anni ’70 si era messa in piedi la Commissione Giannini il cui fine era comprendere cosa facesse la P. A.! Ci pensa?, capire cosa facesse la P. A.! Lo Stato non sapeva cosa facessero alcune sue articolazioni: e così si scoprirono tanti Enti inutili. Oggi che sappiamo cosa fa la P. A., dovremmo stimarne i costi e a ciò è preposta la Sose (Società per gli Studi di Settore, Società per Azioni partecipata dal Ministero dell'Economia (88%) e dalla Banca d'Italia (12%) - N.d.R.) in, che appunto ha valutato il ‘peso’ di anagrafe e Polizia locale. In più, dobbiamo attendere i decreti che stabiliscano le attribuzioni degli Enti territoriali e questi dovranno essere fatti ora contestualmente alla determinazione dei costi delle funzioni stesse: un lavoro enorme e lungo”.
Da quello che leggiamo, federalismo va inteso come ‘concorrenza’ che i territori si faranno a vicenda (in campo sanitario, giusto per citare un’area). Ma se si faranno concorrenza vorrà dire che qualcuno starà meglio e altri peggio, oppure il rischio è solo virtuale visto che esiste il Fondo Perequativo? “Qui ridivento professore! Non è possibile mettere in relazione diretta i due termini della domanda, concorrenza e Fondo Perequativo. Più che di concorrenza tout-court si tratta di concorrenza con se stessi: i territori devono attrezzarsi a essere virtuosi, chi non ce la fa si ritroverà in posizione debitoria verso lo Stato. E comunque discutiamo di un fatto già oggi comprovato: io qui nel Lazio pago una Irap più alta che in altre Regioni, a causa del mancato contenimento della spesa sanitaria locale. Se si fosse stati virtuosi, l’Irap la si sarebbe potuta abbassare. Quanto al Fondo Perequativo, esso serve a riequilibrare le entrate di quei territori che hanno una minore base imponibile - pensiamo al Molise rispetto alla Lombardia, dove cittadini meno ricchi producono un gettito fiscale minore”.
Professore, una domanda di taglio storico, nel senso: lei crede che come Italiani noi siamo maturi per accogliere il federalismo? E’ vero, i nostri regionalismi sono tanti: però a volte mi chiedo che sarebbe stato diverso se il Paese fosse già in origine nato come federale… “Se al posto di Federalismo avessimo detto ‘Regionalismo razionalizzato’, sarebbe stata la stessa cosa… La sua è una domanda che stuzzica riflessioni storiche: certamente, l’Italia avrebbe potuto essere federalista se non vi fosse stata la conquista bellica del Piemonte. E se la Storia fosse mutata, ci saremmo ritrovati con gli antichi Stati come accadde in Prussia? Chissà… Ci sarebbe stato un federalismo ancora più ‘federalista’ se fosse passata l’idea delle tre macro-regioni portata avanti da Bossi… Più che essere maturi per il federalismo, io dico che noi Italiani necessitiamo di un maturo regionalismo. E se lo dico io che sono di origini siculo-campane…!”.
Infine vorrei tentare con lei una analogia. La UE sembra fallire perchè la sua origine si è basata solo su dati monetari, cioè l’euro. E’ allora lecito ritenere che pure il nostro federalismo nasca male visto che ha natura prettamente economica? “No, non sono d’accordo. La Ue è in difficoltà per colpa degli Stati che vogliono mantenerla così. Al tempo dell’euro, quando Giuliano Amato parlava di cittadinanza unica, io vi aggiungevo anche un Presidente unico, pur se con poteri relativi… E ricordi cosa è già accaduto con il varo il passaporto europeo quasi unitario: una effetto psicologico enorme! Quanto al federalismo italiano: nasce al Nord, dove un 7% di consenso ha condizionato Berlusconi. Eppure esso nasce per necessità del Sud, perché Piemonte o Lombardia del federalismo non saprebbero cosa farsene, le regioni del Sud invece sì. Personalmente credo molto nel fatto che il federalismo possa davvero curare i vizi storici e antichi del nostro Mezzogiorno”.











