
Provando a ridurre all’osso il suo chilometrico curriculum vitae, potremmo accennare che si tratta dell’unica parlamentare che parla il giapponese (essendone peraltro laureata) e la seconda a parlare l’arabo, titolo che condivide con la collega Souad Sbai del Pdl pur sempre nata a Stettat, in Marocco.
La sensazione epidermica - poi suffragata dal discorso - è che con Barbara Contini, senatrice di Fli, si vada in netta controtendenza rispetto al luogo comune che avviluppa la classe politica nazionale. Non aggiungiamo null’altro, la proiezione che di sé ha dato la senatrice ‘fliniana’ circoscrive un profilo perfettamente aderente al suo passato e alle sue esperienze professionali in scenari internazionali di crisi.
Da esperta di relazioni internazionali, lei ha sviluppato una rete di contatti molto ampia. Le chiedo: cosa si pensa oggi, al di là dell’Europa: peggio essere Italiani o peggio essere Europei? La scarsa credibilità degli uni è pari a quella degli altri? “Le do’ un feedback in chiave positiva… Quando parlo con i Cinesi, ascolto dire dei loro viaggi a Parigi o Londra, città che loro localizzano in ‘Europa’! Sono proprio loro, con il loro approccio mentale, a rappresentare i precursori veri dell’Europa unita, non noi! Se rende conto del paradosso? Per loro noi siamo già Europa, esprimendo con ciò il concetto di vecchio continente. Che vecchio peraltro lo è, va detto senza cattiveria: perché loro ci vedono come de presuntuosi, incapaci di immaginare. E come possiamo essere incapaci di immaginare in una realtà dove la competizione è il dato saliente? E’ solo restando uniti che si può battere la concorrenza… chi potrebbe mai competere ad armi pari con Paesi del calibro di India, Russia, Brasile e con la stessa Cina?”.
Temo per un altro dato di fatto… E cioè che noi Italiani non abbiamo mai dato troppa importanza alle cose che succedono al di là delle Alpi. Un errore madornale! “Che si aggiunge a un ulteriore dato di fatto, altrettanto negativo: la nostra mancanza di politiche di lungo respiro. Diamo l’impressione di avere paura e di essere dei ‘follower’, il che non va bene, per la politica stessa. Io viaggio tanto e sono in Senato da circa tre anni e mezzo; ma devo confessarle che già prima, ogni volta che rientravo da soggiorni all’estero, mi imbattevo in sensazioni che mi dicevano che il mio era un Paese ripiegato su se stesso. Se dovessi fare una sintesi estrema, le direi che siamo troppi impegnati a discutere di cose stupide, non fondamentali… e credo sia un atteggiamento purtroppo condiviso… perchè vedere un bambino di cinque o sei anni con il cellulare in mano ci indica che certi modi di fare ormai sono molto diffusi”.
Come la sua collega azzurra Sbai, lei immagino sia favorevole alla cittadinanza italiana a chi nasce in Italia o vi è già nato. Cos’è, una intesa di genere? E mi chiedo pure che cosa riuscirebbe a fare una intesa più ampia e trasversale su altri temi… “Quello della cittadinanza è un tema che, in Europa, è ormai acquisito. Ma il vero dramma deve essere riconosciuto altrove: e cioè nella mancanza di consapevolezza che si ebbe quando si aderì alla Ue. Davvero non si sapeva che sarebbe Bruxelles sarebbe diventata il cardine del nostro futuro? Mi fa rabbrividire pensare che la politica italiana funzioni solo all’interno del Paese e non altrove… Noi siamo deboli in Europa perchè siamo deboli già a livello di funzionari, scelti fra i raccomandati di turno invece che fra i migliori sparsi in giro per il mondo. Debolezza totale, mancanza di visione: nessuna sorpresa se temi come quello dell’immigrazione ci ha lasciato spiazzati… all’inizio della legislatura io proposi un Ministero dell’Integrazione e dell’Immigrazione… non se n’è fatto nulla e comunque noi siamo quelli che vivono per le/sulle/nelle emergenze. Altro che programmazione!”.
L’Egitto. “Otto mesi fa dissi e scrissi che quello che si stava vivendo non sarebbe stato altro che l’inizio. La Primavera Araba mi ha dato ragione. Io dico: vergogna da parte europea per il trattamento riservato a Mubarak, che ha tolto castagne dal fuoco a più d’uno, non fosse che per i venti anni di pace assicurati in Medio Oriente. Non nego le sue responsabilità ma neppure quelle degli altri. Il rischio ora è che alla struttura laica degli Stati si sostituisca quella religiosa. E purtroppo andrà a finire così, perché l’Iran ha bisogno di controllare quanti più Paesi possibili”.
E la Siria? L’Occidente non si mobilita solo perché non c’è il petrolio oppure… “Non solo petrolio. E’ un Paese che assicura equilibrio a tutta l’area. Sarebbe stupido smuovere la situazione. Non è questione di cinismo ma solo di politica reale”.
Senatrice, il suo nome è legato alla dolorosissima vicenda di Nassirya. “Quella è stata l’unica volta che mi sono sentita fiera di essere Italiana. So tutto di quello che accadde ma mai lo dirò, per onore dello Stato. Se serve sacrifico me stessa, non il mio Paese”.
Eppure vorrei farle una domanda che in un certo senso imi imbarazza. “La faccia, invece”.
Cosa esprime per lei il concetto di ‘dolore’? Cos’era, prima e dopo, i fatti di Nassirya. “Sacrificio. Un concetto che andrebbe conosciuto in ogni sua sfaccettatura, perché a volte si dicono parole senza capirne il senso profondo… Concetti che fanno diventare più grandi le persone, così come il cardiopalma che ti porti dietro e che non ti lascia più”.











