
Parigi ammalia, Parigi ti lega a sé, Parigi si lascia sognare e ti fa essere parte del sogno; così comincia l'incontro alla Fiera del Libro con l'editore e intellettuale francese Eric Hazan, adesso autore di “Parigi. Invenzione di una città” edito da Odoya.
Un libro che non è una guida turistica ma che è sicuramente una guida, sensoriale soprattutto, una mappa intricata di storia e percezioni, adatta a chiunque voglia essere "flâneur”, termine usato prima da Baudelaire e dopo – ma più significativamente – da W. Benjamin per indicare l'osservatore, il borghese che si perde nelle strade delle città cogliendone gli aspetti sensoriali. “Questo è nondimeno un libro politico” afferma Geraldina Colotti, che introduce con parole appassionate il testo, e continua: “E' quasi paradossale parlare di una città come Parigi qui a Roma: Parigi sceglie come costruirsi, sceglie cosa essere consapevolmente, è sorta dalle rivoluzioni, invece Roma si costruisce grazie alla speculazione edilizia, al cinismo; la prima ti fa sentire protagonista, l'altra è frustrante, ha una saggezza scanzonata che non porta a nulla”.
Prende la parola Hazan : “La politicità in questo testo, sta nella scelta di raccontare la città attraverso le sue vicende, attraverso per esempio i nomi delle strade: in pochi sanno che Place Saint-Honoré per quattro anni aveva avuto il nome di Place Robespierre, ma dato che Robespierre è un personaggio non molto amato è ritornato il nome precedente. Parigi è stato lo straordinario teatro della Rivoluzione eppure mancano i nomi delle strade intitolati ai suoi protagonisti”.
E in effetti è difficile non pensare inevitabilmente a Lutetia – questo il nome originario di Parigi– come la capitale della società borghese per eccellenza, luogo che fa la storia dell'800 e che è potenza sociale, cardine culturale. Basti pensare che tra il 2009 e il 2010 è stata classificata tra le prime tre metropoli più influenti al mondo, tra le prime tre città europee del futuro e tra le prime dieci “dove vivere”.
Eppure è proprio da un profondo amante di Parigi come Hazan che parte un'aspra critica -in un timido italiano- alla città, ma anche al suo stesso manoscritto: “Questo libro è vecchio, ho cominciato a scriverlo dodici anni fa e da allora la città è davvero cambiata. Oggi non è possibile parlare della Paris dei venti arrondissements: oggi la parte viva, la parte popolare, è ristretta ad un quarto nel nord-est della ville; l'enorme parte restante è ricca, pulita, bellissima, ma non vi succede più niente. E' difficile parlarne come di una metropoli vivente. Parigi è una città che ha sempre abbattuto le barriere, una città ribelle, ma quest'ultima barriera, la tangenziale che le gira attorno e la rinchiude, è davvero difficile da abbattere. E' una gabbia che dev'essere distrutta. All'interno di questa gabbia c'è solo un enorme museo, in cui nessuna forza sociale o creativa può trovare terreno fertile.”
Certo è che questa non è solo una barriera fisica, ma soprattutto politica – il che rafforza quanto detto in precedenza- rappresenta infatti una volontà precisa di allontanamento ed espulsione del “brutto”, del povero, del triste, del diverso, dell'extracomunitario; così Hazan continua: “ Nessuno parla mai dell' apartheid parigino, questa città ha due sviluppi completamente distaccati, sono come universi paralleli che non si incontrano mai. Io stesso avendo scritto questo libro anni addietro non ho colto abbastanza questo aspetto, cosa che mi appassionerebbe fare adesso. Ma a parte questo rimpianto, il mio libro rimane una chicca da leggere se si vuole sapere davvero qualcosa a proposito di Parigi, infatti ho inteso raccogliere il sapere riguardante la città, solitamente settorializzato, in un unico volume. Prendete questo libro come una guida mentale e, come Balzac, trattate Parigi come un personaggio fisico, reale”.










