
Gli Italiani: sempre pronti a crocifiggersi, sempre pronti a emulare Tafazzi che se lo dava proprio là.
A volte fa’ bene al morale sapere che c’è un’organizzazione, espressione di una prestigiosa multinazionale, i cui atteggiamenti rasentano l’italianità. Nel senso deteriore del termine, ciò significa confondere il dinamismo con la lentezza e la professionalità con l’approssimazione: che talvolta si miscelano fino a diventare equivoco.
L’abbiamo presa alla lontana perchè una simile premessa era d’obbligo. Del resto, parlare di Samsung e, poi, di Ambasciata della Corea del Sud a Roma, impone un perimetro fin troppo robusto.
I fatti. Nella primavera scorsa a Roma, in occasione di una importantissima manifestazione internazionale dedicata alla lotta conto il cancro al seno, uno dei manager spiegò la presenza dell’Azienda sud-coreana in quanto legata ‘anche’ al concetto di “co-prosperità”. Per la cultura asiatica è, questa, una sorta di ricompensa sociale che si gira al territorio nel quale l’impresa agisce. Da noi si potrebbe tradurre con l’espressione di responsabilità sociale d’impresa (http://www.prismanews.net/lavoro/ripartire-dalluomo-la-proposta-dellucid-nelleconomia-globalizzata.html) pure se in questo caso specifico a trovare spazio è un approccio più specificamente orientale.
Come ebbe modo di aggiungere lo Strategic Manager Director, “L’azienda ha ritenuto opportuno sfruttare la notorietà del proprio marchio sia per raccogliere fondi da devolvere ai diversi istituti di ricerca sia per diffondere l’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce”. Tutto inappuntabile, tutto meritorio.
Prismanews è però molto, molto curiosa. Quel riferimento alla co-prosperità l’avrebbe voluto approfondire ulteriormente. Così, qualche mese dopo, ecco la richiesta rivolta all’Ufficio stampa della filiale italiana di Milano. Complice l’estate, il risultato è stato di dover rinviare il tutto a settembre. Nell’attesa, abbiamo ritenuto opportuno rivolgerci all’ambasciata romana del Paese che della co-prosperità mena vanto. Anche qui, però, scarsi risultati. Dopo una e-mail andata a vuoto, ecco il contatto one-to-one con il collega orientale il quale non parla italiano. Una breve descrizione orale della nostra richiesta e un altro paio di messaggi per posta elettronica in inglese non sono servite a farci capire cosa davvero sia questa benedetta co-prosperità: il collega ha infatti dichiarato di non esserne a conoscenza. Da parte sua un consiglio, peraltro oculato: ”Perché non chiedere a Samsung?”.
Ringraziato caramente sia lui che lo staff dell’ambasciata, eccoci di nuovo all’azienda. Stavolta però all’Ufficio stampa di approccio (sempre a Milano) cui abbiamo ricostruito le varie fasi, la nostra curiosità, inviato il materiale - sia in italiano che in inglese.
Risultato? Bè, curiosità ancora tutta da soddisfare. In pratica ci è rimasto in mano il teschio amletico dell’essere-non essere, con questa co-prosperità che ci stimola a disegnare arabeschi di fantasia. Da Italiani ci saremmo attesi un feedback all’altezza del prestigio della Casa-madre. Abbiamo sbagliato e a tutti voi, cari Lettori, chiediamo scusa: della co-prosperità coreana dovrete a fare a meno.
Possiamo, se non altro, soddisfare una ulteriore sacrosanta curiosità e rivelarvi i nomi di tutti coloro che abbiamo messo alle calcagna della co-prosperità? Ahinoi no, non lo faremmo nemmeno sotto tortura. Con l’aria che tira nel Paese, dateci almeno l’illusione di essere Italiani seri.











