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N.I.A.F., gli Italo-Americani per il bene del nostro Paese

fotoC’è la sua firma dietro l’evento organizzato a Trento e tuttora in corso, dal titolo “Partono i bastimenti”, di cui vi abbiamo dato conto un paio di settimane fa in Terzapagina. Ed è sempre sua la firma, stavolta meno simbolica ma assolutamente operativa, che anima il bimestrale patinato in lingua inglese, “Italy Italy-A guide to all its best”, che raggiunge ogni angolo d’America.

Lui è Francesco Nicotra, studioso di Storia dell’emigrazione, vice presidente della Camera di commercio Italy-America di New York, direttore dei progetti speciali del N.I.A.F. (National Italian American Foundation) e membro del Board. Già, il NIAF, acronimo che è sintesi di un organismo che tiene stretti i legami con la terra d’origine finanziando borse di studio e promuovendo la lingua italiana. Oltre a organizzare conferenze annuali sui rapporti economici tra Italia e Stati Uniti.
Ma chi sono gli italiani d’America? “Parliamo di una grossa comunità”, dice Nicotra, “Forte di ben 26 milioni di persone che sono Americani ma le cui origini sono italiane. E può apparire strano, ma sono i giovani coloro che più hanno fame di cultura, di storia, di informazioni sul nostro Paese che ad essi - peraltro - si dovrebbe avvicinare meglio e con maggiore continuità”. Ieri e oggi che si incrociano e si confondono. La mostra di Trento riannoda fili di memoria ai quali lo stesso Nicotra contribuisce quando rammenta quello che accadde nella II Guerra mondiale: “Quando 1 milione e 300mila giovani italo-americani, il 10% delle Forze armate americane, si arruolarono nell’esercito chiedendo, in molti, di essere inviati nel Pacifico per evitare di combattere contro la Patria di origine”.
Parlare di emigrazione equivale a raccontare storie dure, difficili, amare. “Noi siamo un popolo di emigrati: fatto ad esempio di gente che ricordava di aver mangiato carne per la prima volta in vita sua sulla nave, quando vi si era imbarcata per andare in America!”.
Un italiano innamorato dell’America, Francesco Nicotra, che a questo Paese deve tanto: ma cantore del suo Paese nel libro “Antonio Meucci”, curato con Marco Nese, e a cui ha attinto con abbondanza di recente Piero Angela nel suo programma ‘La storia siamo noi’. Giornalista, sempre in azione, non fa fatica a ricordare la condizione dei nostri emigrati oltreoceano che fino a 30-40 anni fa dovevano sopportare il peso dello stereotipo: “Come ad esempio quello che ha fatto la fortuna del serial tv “Soprano’s”, con la caricatura degli Italiani etichettati come mafiosi. Ma poi il tempo è trascorso, gli italiani si sono integrati”.
E molti hanno fatto fortuna. “Sì, hanno fatto fortuna, arrivando a detenere posizioni di primato. Avere conquistato la ricchezza non è però bastato: hanno capito che integrazione era principalmente ingresso nel mondo delle relazioni, del lavoro, della società americana… Mi vengono in mente i giudici della Corte Suprema, Antonin Scalia e Samuel Alito”.
Il suo ricordo più vivo è legato al primo: “Perché non posso non rammentare alcune sue parole, pronunciate durante un discorso nel quale affermò che gli italo-americani “Sono sì figli di Raffaello e Michelangelo, ma soprattutto di Jefferson!”. Parole che devono farci capire che gli italo-americani sarebbe opportuno considerarli come americo-italiani: nel senso che prima di tutto sono cittadini statunitensi, anche se con una porzione di Italia nel cuore”.


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Autore di questo Articolo: Alfonso Palumbo

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