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Il mondo in crisi, i ‘Bric’ no. Perchè

Brasile, Russia, India, Cina (BRIC), le grandi economie emergenti, dopo un periodo di forte crescita, interrotto parzialmente dalla crisi 2008-2009, già nel 2010 hanno iniziato una buona ripresa e - a parte la Russia in fase di stagnazione - anche nel 2011 hanno segnato una netta crescita.

Insomma il contrario delle grandi tradizionali economie mondiali, Italia compresa.

Per avere una visione più chiara della situazione complessiva ci rifacciamo ai dati attualmente in possesso della Banca Mondiale. Dal 2000 al 2010 la crescita cumulativa media del Pil dei B.R.I.C. è stata del 126,7% (Brasile 60,4%; Russia 107,8; India 119,6; Cina 219), e quella annua è stata mediamente del 12,75% (Brasile 6%; Russia 11; India 12; Cina 22). Come si vede questi sono tassi di crescita notevoli, specie se dello stesso periodo 2000-2010 facciamo un confronto con le economie più sviluppate. Ad es. Usa, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito e Italia hanno avuto una crescita media cumulativa del Pil solo del 31,75% in dieci anni, con una media annua del 3,16% (USA 3,6%; Giappone 3,2; Germania 3,9; Francia 3,4; Regno Unito 3,4; Italia 1,5).

Ovviamente questo non deve far pensare che i Bric siano diventati “ricchi” come i paesi sviluppati sopra citati. Basti pensare che il Pil PPA pro-capite (pil pro-capite a parità di acquisto) medio 2010 dei BRIC è di $ 9.483, ovvero neanche 1/3 e cioè il 32,26% appena di quello del paese più “povero”, cioè l'Italia, che è di $ 29.392. Sempre in tema di dati due sembrano sintetizzare tutta la complessità della questione: 30%, il contributo dei BRIC alla crescita dell'economia mondiale nel biennio 2009-2010; 52%, la quota sul totale mondiale dei poveri che vivono in questi paesi. Paesi giganti certo, ma ancora dai piedi di argilla, o quantomeno non ancora abbastanza solidi per garantire maggiore stabilità all'economia globale.

L'enorme dinamismo dei BRIC sulla scena economica mondiale ha diverse spiegazioni. Indubbiamente il potenziale di crescita di Paesi immensi, popolosi, ricchi di risorse naturali, in cui per decenni gli sforzi individuali ad assumere rischi imprenditoriali e creare ricchezza si sono infranti contro il muro di incentivi incoerenti e politiche macroeconomiche instabili. Quando è stata ripristinata e/o estesa la proprietà privata, l'inflazione è tornata a livelli normali e le banche hanno ripreso a intermediare i risparmi e offrire credito a imprese e consumatori, l'economia si è messa a correre. Questa trasformazione è coincisa con la brusca accelerazione della globalizzazione, nell'ultimo decennio del vecchio secolo e nel primo del nuovo. Cina e India, per il bassissimo costo del lavoro, ne hanno beneficiato grazie all'esplosione del commercio dei manufatti e dei servizi, Brasile e Russia per l'aumento della domanda e del prezzo delle materie prime.

Certo, tutto ciò è avvenuto anche grazie a tassi di interesse bassi e alla grande massa di liquidità che ha viaggiato per il mondo alla ricerca degli investimenti più promettenti, creando periodicamente bolle speculative, che hanno fatto danni anche all'economie emergenti. Però indubbiamente, di fronte alla crisi globale del 2008, la rapidità con cui le autorità cinesi e brasiliane, forti dell'eccedenza finanziaria accumulata negli anni precedenti, sono intervenute per stimolare le loro economie è servita per raddrizzare il timone dell'economia mondiale nel 2009 e trainarla fuori dalle secche di una recessione generalizzata.

La decisione epocale di trasformare il G20 nel foro principale per le discussioni economico-finanziarie, e pertanto di avvicinare i BRIC sempre di più ai gangli vitali della globalizzazione, è giunta come estensione naturale di queste dinamiche. Il processo che conduce il baricentro dell'economia globale a spostarsi da Occidente a Oriente, da Nord a Sud, non è uniforme, sarà progressivo e graduale, ma appare irreversibile. Entrare nella stanza dei bottoni dell'economia mondiale comporta obblighi e responsabilità, guardando all'interesse collettivo e non soltanto a quello nazionale.

Tuttavia non bisogna dimenticare che le questioni nazionali dei BRIC sono pesanti. Tutto il dinamismo degli ultimi 20 anni non è stato sufficiente per sconfiggere la povertà. Perché questo avvenga è necessario che la crescita economica continui ai ritmi sostenuti del passato recente e che i relativi benefici vengano meglio distribuiti - condizione di cui non v'è certezza, dato che il rischio di una cronica alta inflazione cinese non è nullo, che la dipendenza dell'economia russa dal settore energetico è fonte di preoccupazione, che la precarietà dei conti pubblici costa enormemente all'economia brasiliana e che quella indiana resta vulnerabile all'arrestratezza dell'agricoltura. Inoltre i prossimi 20 anni potrebbero essere contraddistinti dalla penuria di capitali a livello globale, anche a causa dell'invecchiamento della popolazione nelle economie emergenti e quindi del declino della propensione al risparmio delle famiglie.

In ogni caso, la crescita da sola non è sufficiente per includere i poveri e condividere il benessere. Quindi o per motivi di giustizia sociale o per evitare aspri conflitti sociali i BRIC dovranno fare costose politiche attive per alzare i salari e per estendere il sistema sanitario e previdenziale.Un'altra criticità è lo stato delle infrastrutture, che copre una molteplicità di realtà. Non solo è necessario stimolare lo sviluppo di tutto ciò che necessita per la crescita economica, dai trasporti all'energia, ma anche garantire ai propri cittadini vitali servizi come l'accesso all'acqua potabile e ai livelli primari di istruzione.
Non dimentichiamo che la maggioranza dei BRIC fino a ieri erano paesi del Terzo mondo.

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Autore di questo Articolo: Ruggero Simone

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