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Guillermo Rodriguez, storie di minoranza

foto Marianna MessinaGuillermo Rodriguez sorride spesso. E’ un uomo bello e divertente, nonostante la sua vita sia complicata. Ha trascorso la sua intera esistenza a lottare per i diritti delle donne, delle minoranze etniche e degli omosessuali. Questa lotta però gli è costata molto cara: è dovuto scappare dal suo paese, la Colombia, e adesso vive come rifugiato in Svezia. E’ venuto in visita a Palermo in occasione della seconda edizione del Gay Pride e si è dimostrato disponibile per parlare della sua vicenda personale e della condizione degli omosessuali in America latina.

Qual è la sua storia? Perché è stato costretto a lasciare il tuo paese? "La mia è la situazione molto comune delle persone Lgbt che escono fuori dal proprio paese aiutate dalle Nazioni Unite con degli specifici programmi di protezione. Sono dovuto andare via perché lavoravo all’interno di un’associazione per i diritti umani, facevo semplicemente il mio lavoro. Purtroppo il mio modo di svolgerlo era sgradito ai guerrilleros colombiani, che hanno posto una taglia sulla mia vita. Quindi sono dovuto uscire dalla Colombia e mi è impossibile tornarvi".

Ci parli della guerrilla in Colombia. "La nascita della guarrilla è da far risalire a circa 50 anni fa e l’ideologia che vi stava alla base voleva portare ad un processo di uguaglianza tra le persone. Ma nel tempo il movimento ha cambiato radicalmente volto, l’ideologia è stata messa da parte ed è diventata una vera e propria associazione a delinquere bene organizzata, un’azienda che si occupa di gestire il narcotraffico. I guerrilleros sono violenti e hanno instaurato un vero e proprio regime di terrore: aggrediscono e uccidono le persone, dalla povera gente ai politici; intimano e minacciano con tutti i mezzi; sequestrano le persone. Chiunque si metta sulla loro strada per impegno o per caso è in serio pericolo. Quello che fanno è fare pressione sulle minoranze- madri sole, bambini, portatori di handicap, anziani, omosessuali- per creare delle tensioni all’interno della società".
Come si è incrociata
la sua stradacon quella dei guerrilleros? "A quel tempo lavoravo ad un progetto per dare aiuto economico alle madri single e alle madri “capi di famiglia”, una sera arrivò una donna , una madre che disperata mi raccontò che la guerriglia aveva prelevato con la forza a sua bambina. Veniva da me per chiedere aiuto. Era il mio lavoro ed era giusto aiutarla, così senza pensare al pericolo mi misi la divisa dell’organizzazione e in compagnia della donna mi recai con il furgoncino all’accampamento della guerrilla. Ho parlato con loro chiedendo che lasciassero andare la piccola. Ma il capo della guerriglia disse di no, a quel punto acchiappai fisicamente la bambina, la misi nella macchina e me ne andai. Il giorno seguente c’era una taglia sulla mia testa".

E come ha fatto a scappare dalla Colombia? "L’organizzazione mi ha aiutato a scappare in Equador, ma non è stato semplice. Durante gli spostamenti dovevo cambiare sempre la macchina, utilizzare solo denaro cash e guardarmi sempre le spalle. Il mio viaggio è durato 15 giorni, una volta arrivato in Equador ho richiesto l’asilo politico".
Cos’è successo in Equador?
"Inizialmente avevo preso la decisione di abbandonare del tutto il mio lavoro nel campo dei diritti umani, avevo delle cicatrici molto grandi, e volevo proteggere la mia vita e tuttavia lo amavo profondamente. Era semplicemente il mio modo di essere, il mio modo di vivere. Così una volta passato un poco di tempo ripresi . Uno dei due progetti ai quali lavoravo riuscì ad avere una particolare attenzione, sia da parte del governo, ottenendo molti fondi, sia dal punto di vista mediatico, accendendo ad una grande attenzione da parte delle radio e delle televisioni. Io ero il portavoce del progetto e venivo frequentemente intervistato; in breve tempo cominciarono così le aggressioni personali, le scritte moleste sulle mura di casa con scritto “Tornatene a casa finocchio”, fino al punto in cui cominciarono a sparare sulla mia casa. Ed è avvenuto così che una serie di associazioni insieme hanno cominciato a collaborare per cercare di darmi supporto anche tramite la polizia, ed in un secondo momento per cercare tutta la documentazione per andare in un altro paese. Nell’arco di due settimane avevo tutto il necessario per andare in Svezia".

Quali sono adesso i suoi progetti in Svezia? "Adesso sto lavorando ad un progetto che ha come obiettivo l’aiutare gi immigranti Lgbt dell'america latina, mediooriente e africa a introdursi all’interno della società. Lo stato svedese dà molto aiuto, tuttavia da un punto di vista concreto le persone Lgbt appena arrivate non hanno molti punti di riferimento. Ad avere più difficoltà in genere sono coloro che vengono dal mondo islamico. Inoltre mi sto focalizzando su una campagna per il sesso sicuro, molti giovani sono ignoranti o male informati su questo argomento. Diciamo in generale che il lavoro delle associazioni Lgbt in Svezia non è più volto all’acquisizione dei diritti degli omosessuali, dato che questi sono già stati ottenuti; bensì per il miglioramento della qualità della vita e per una sempre più felice integrazione".
Quindi la condizione di vita degli omosessuali in Svezia potrebbe dirsi ottima?
"Non esiste un paradiso per gli omosessuali, però in Svezia il livello di accettazione e di tolleranza è molto alto. Le associazioni lavorano attivamente da 50 anni ottenendo tanti risultati importanti e diritti come per esempio sulla convivenza civile, sul matrimonio omosessuale e adesso addirittura sull’adozione".

E in America Latina? "La situazione in America Latina è andata migliorando sicuramente grazie alla lotta per i diritti civili portata avanti negli ultimi 30 anni. Il modo in cui ogni singolo individuo può vivere la propria omosessualità è diverso da paese in paese e dal livello dell’omofobia. Bisogna osservare due punti di vista: i diritti che sono scritti all’interno delle costituzioni e delle leggi, e come queste leggi agiscono realmente all’interno del pattern sociale. Per esempio in Messico gli Lgbt hanno molti diritti riconosciuti nella costituzione ma di fatto nella vita non ne godono; in Equador non sarebbe possibile nessuna discriminazione, né basata sull’orientamento sessuale, né sulla religione, né sull’appartenenza a minoranze etniche, eppure purtroppo sono molto frequenti i casi di aggressione. I soggetti più a rischio sono sicuramente i trans gender, in molti sono costretti ad andarsene per poter vivere tranquillamente. Una delle mete favorite è il Canada, che ha dei programmi di inserimento sociale molto efficienti e d è anche possibile elevarsi socialmente trovando un buon lavoro dato che generalmente in America latina i lavori destinati ai trans gender sono di tre tipi: la prostituzione, i lavori all’interno delle cucine dei ristoranti dove nessuno può vederli, e le parruccherie".
Per quello che ha potuto vedere durante la settimana dedicata al Gay Pride, cosa pensa della contesto palermitano?
"Qui la comunità Lgbt lotta attraverso le associazioni da 30 anni, e i risultati fino a poco tempo fa erano davvero pochi, quasi inesistenti. Ma quello che vedo e sento adesso è che c’è un’aria di forte cambiamento, in positivo. Quest’ anno si è tenuta la seconda edizione del Gay Pride a Palermo e la partecipazione è aumentata rispetto all’anno scorso, ci sono delle belle energie in movimento. I segnali lasciano essere positivi. Purtroppo ho anche notato che esistono molte associazioni per i diritti dei gay, ma che il lavoro è poco organico e male organizzato. Servirebbero più connessioni, più coordinazione".

Com’è la sua vita, adesso? "In Svezia è molto serena. Quando tu vai via da tuo paese non fai altro che sognare di tornarci per quanto per me questo sia ancora un sogno lontano. Penso che quando si è rifugiati in un altro paese sia veramente importante attaccarsi alla nuova cultura, costruire una nuova vita e cercare di non piangere tutto il tempo pensando a quello che si è perduto, altrimenti si rischia di smettere di vivere. Grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, come internet e in particolare skype, è possibile rimanere in contatto con i familiari e le persone care. Certo mi mancherà sempre il non guardare negli occhi la mia gente quando cammino, il non sentire parlare nella mia lingua, il non sapere dal “dentro” cosa succede e come si sta. C’è una canzone colombiana che amo molto, e la ascolto spesso, la canzone recita che un ritmo musicale porta con sé tutte i profumi e le caratteristiche di una cultura, di un popolo, di quello che si ha perduto. Io la ascolto e penso a casa".









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