
Lo scorso sabato 10 dicembre ricorreva la Giornata mondiale dei diritti umani che sanciva la Risoluzione adottata all’unanimità nel lontano 1948 dall’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. L’obiettivo era quello di promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo civile, politico, economico sociale e culturale nel mondo.
Malgrado siano già trascorsi 63 anni da quella Risoluzione, a volte si ha l’impressione che non ci siano stati grandi evoluzioni. Il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona, alla libertà di movimento, il diritto alla libertà di pensiero, di religione, di opinione e di espressione, così come il diritto all’istruzione, alla sicurezza sociale e al lavoro, in molti angoli del mondo non vengono ancora rispettati. La Dichiarazione venne realizzata come parte di una successiva carta internazionale dei diritti che la Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani presentò per allegarla ai principi nei trattati internazionali vincolanti per tutti gli stati membri.
Nel 1955 l’Assemblea generale propose due principali patti sui diritti umani, uno specificatamente civile e politico ed un altro in materia economica e sociale. La sua reale attuazione e ratificazione avvenne solo nel 1976, con molti rallentamenti e difficoltà.
Diritti e libertà civili rappresentano i principi fondamentali di ogni società definita democratica. I diritti civili sono i doveri che ciascun stato nazionale deve ottemperare per la tutela di tutti i suoi cittadini, deve poter garantire a tutti la medesima protezione giuridica e identiche opportunità.
Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’organizzazione americana Freedom House, che monitorizza lo stato dei diritti politici e delle libertà civili del mondo, ha evidenziato che, per il quinto anno consecutivo, la libertà a livello globale ha subito una battuta in declino: i Paesi liberi sono scesi nel 2011 da 89 a 87, fenomeno che non si era mai verificato negli ultimi quarant’anni. In particolare la situazione appare grave in Medio Oriente e in Africa del Nord, dove si assiste al più basso indice di libertà mai registrata.
Ma in paesi considerati economicamente delle potenze globali, come in Cina, esiste ancora la pena di morte, così come negli Stati Uniti, a Cuba, in Cile, in tutto 95 Stati concentrati prevalentemente nei continenti asiatico ed africano. In particolare in Cina la pena di morte detiene il triste primato del 63% delle esecuzioni mondiali (dati del 1993).
Tuttavia l’Atto costitutivo dell’ONU sulla Dichiarazione universale dei diritti umani non è vincolante per i Paesi membri e non esiste uno strumento adeguato per poterli applicare. Gli stati si dimostrano contrari ad un intervento internazionale in questioni riguardanti i diritti civili nazionali e i governi spesso preferiscono non intervenire per non compromettere le politiche di collaborazione e di relazioni commerciali internazionali, creando problemi di tipo “diplomatico”. Molte organizzazioni, come Amnesty International, favoriscono azioni ed inchieste sulle violazioni dei diritti civili, soprattutto nei paesi sotto regimi autoritari dove la repressione e il controllo sociale sono ancora fortissimi.











