
Qual è la parola che più sentiamo, da qualche anno a questa parte, provenire da ogni dove?
Ma non solo, perché ormai è presente ovunque e in bocca a chiunque: sull'autobus come in treno, in metropolitana come in aereo, e più semplicemente in pizzeria (chi ancora ci va!). Sicuramente al mercato, facendo la spesa. Ebbene, la fatidica parola è: “crisi”.
Sappiamo tutti di essere in una crisi profonda, soprattutto economica ma non esclusivamente, perché in realtà essa investe il sistema occidentale in tutti i suoi aspetti - culturale, politico, finanziario: insomma il sistema capitalista. Che, così come è stato concepito dalla rivoluzione industriale in poi, sta per essere spazzato via per sempre. Come uscirne vivi, però, è cosa che nessuno sa e, nonostante le numerose ricette sbandierate da tanti “esperti” dall'alto di un paternalismo insopportabile - magari proprio da coloro che in larga parte hanno provocato la crisi - siamo al punto finale di un percorso verso il baratro.
In questo quadro, chi o cosa può portare una parola di ottimismo, di fiducia, o solo di speranza? Ancora una volta, forse, dovremo rivolgerci ai “più emergenti del mondo”, i Cinesi, o meglio ancora alla loro lingua, di cui ci siamo già occupati (http://www.prismanews.net/terzapagina/imparare-il-cinese-fa-bene-al-cervello-provare-per-credere.html), rilevando come essa sia foriera di saggezza antica, basata com’è su caratteri che hanno un’origine ideogrammatica, cioè evocativa del significato del termine.
“Crisi”, in cinese si dice ‘wei ji’ e, come tante parole cinesi, è formata da due caratteri, ognuno con un proprio significato autonomo che insieme, formano una parola. In questo caso, il primo carattere è ‘wei’, che significa “ pericolo”, il secondo invece ‘ji’ significa molte cose, tra cui “occasione”, “opportunità”. E qui si apre un mondo: non solo morte e distruzione, la crisi; gli antichi cinesi sostenevano che essa rappresenta un’opportunità di cambiamento, di mutamento della rotta, un’allerta che ci avverte che quello che si è fatto fin qui, non va più, bisogna voltare pagina; un’occasione per chi sa e vuole coglierla, di positività rivolta al futuro. Pare che il presidente americano Kennedy usasse regolarmente il doppio significato di wei ji nei suoi discorsi politici, come anche, più recentemente Condoleeza Rice e Al Gore.
Peccato però che il secondo carattere di “crisi”, ‘ji’, significhi anche ”punto cruciale”, il che farebbe pensare, più logicamente, che fosse questo il significato da accoppiare al primo carattere ‘wei’, ”pericolo”, traducendo il tutto “punto cruciale di un pericolo” che esprime appunto una crisi.
No, non fate quell’espressione delusa, che immagino sul vostro volto!: perché l’antica saggezza cinese non è messa in discussione. Se è vero, come è vero, che nello studiare il cinese si utilizza la parte destra del cervello, cioè quella che attiene alla creatività, all’immaginazione, a tutto ciò insomma che non è razionale, allora non c’è alcun bisogno di non credere alla prima spiegazione, che cioè “crisi”, in cinese, significhi “pericolo”, ma anche “occasione”, “opportunità”, cosa che, oltre ad essere molto suggestiva, crediamo sia anche molto vera. Intanto, per noi Italiani, questa crisi ci ha portato, finalmente, a sbloccare una situazione politica stagnante e, forse, a rinnovare le basi della nostra democrazia, ormai in balia di una corruzione tanto radicata quanto dilagante. Se veramente sarà così, allora sarà stata un’opportunità, no? Grazie alla lingua cinese possiamo quindi far diventare una parola quello che vogliamo (senza esagerare), e c’è da scommettere che quello che vogliamo è che questa crisi diventi una grande, grande, grande occasione di cambiamento per tutti.











