
Moda: secondo il Devoto Oli “Aspetto e comportamento di una comunità sociale secondo il gusto particolare del momento”. Sua caratteristica principale è quella di cambiare e cambiarci ogni sei mesi… Forme, colori, dimensioni, corpi: "Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma" diceva Lavoisier nella sua bella nicchia su Wikipedia, il quale però non si interessava del turbinio di incoerenza programmata di cui si illumina l’universo del look.
E’ il gioco del futile, dell’inutile, che però diverte e muove capitali finanziari enormi oltre a offrire opportunità di lavoro. Eppure chiediamoci: cosa ci insegna, sociologicamente, la Moda? E quanto incide sulla facoltà dei nostri comportamenti? E’ possibile che le persone trattino le altre con criteri emersi principalmente da tale ambito? Il cinema in tal senso ci ha portato un paio di pellicole emblematiche: “Il diavolo veste Prada”; Altman con il suo “Pret-a-porter”; la tv una miniserie come “Ugly Betty”.
Ma non sono tanto i messaggi del cinema, che rilanciano quelli prodotti all’interno del sistema, a interessarci. Perché vorremmo capire quanta parte di responsabilità la Moda abbia nelle scelte personali che noi esprimiamo ogni giorno. In famiglia, in amore, nel lavoro, a scuola, con gli amici: al di là delle fashion-victim o fashion-addict alla Sophie Kinsella, vi può essere il rischio di una leggerezza dell’essere applicata ai rapporti umani?
Non vogliamo tanto parlare di anoressia fra le teenager quanto di ‘contaminazione’ nei miti giovanili o nella simbologia degli adulti. Condizione che sembra stravolgere anche la stessa fascia degli uneder-14: come ci dimostrano ad esempio i casi di mini-dive che si truccano e si esibiscono già a sei anni. Da loro agli adulti c’è un filo sottile e provocante, all’inizio invisibile: quello della trasgressione.
Certo, la vera trasgressione non ha confini e forse neppure molte madri, eppure dal recinto della Moda sono usciti modelli di comportamento che hanno fato opinione e liberato da tabù… pensiamo all’omosessualità conclamata; al riconoscimento delle coppie di fatto; al consumo di stupefacenti; alla fragilità dei legami sentimentali. Il tutto shakerato dal rilancio/complicità dei media, del cinema (rieccolo!), della pubblicità.
E, se vogliamo essere sociologi-giustizialisti fino in fondo, tiriamo le orecchie anche a Serge Gainsbourg e alla sua canzone ‘pornografica’ che quarant’anni fa si attirò tante scomuniche e tante benedizioni, “Je t'aime... moi non plus”.
Nel gioco dell’essere e del divenire, si spera sempre nella pietà del destino…











