
Il ladro entra ed esce dalla porticina laterale; l’amante entra ed esce dalla porticina laterale; chi non vuole dare nell’occhio entra ed esce dalla porticina laterale.
Come pure il vigliacco, che a differenza degli altri ‘colleghi’, prima ha preferito entrare dall’ingresso principale, magari accompagnato da roboante suono di fanfara; e subito dopo ha fatto sì che tutti fossero informati del suo trionfale ingresso.
Piazza del Quirinale, Roma, una sera di mezzo autunno, un cielo terso e una moltitudine che si accalca per cogliere l’attimo tanto atteso. Il palazzo del Quirinale davanti, quello della Corte Costituzionale di lato, a destra. A sinistra la terrazza su cui si appoggia la piazza - siamo su uno dei sette colli capitolini a e dalla quale si può ammirare un panorama della Città Eterna.
Avrete già capito: dedichiamo queste poche righe all’abitudine molto umana e razionale di chi preferisce non dare nell’occhio e svignarsela alla chetichella.
Perché ognuno di noi si lascia prendere la mano dell’esaltazione e/o dallo sconforto - ecco, questo accade quando si preferisce la porticina al portone! La risposta alla prima domanda è perchè, forse, crediamo troppo in noi stessi e nella nostra forza; la risposta alla seconda domanda è perché, forse, crediamo poco in noi stessi e nella nostra forza. Tutto qui? No, perché c’è poi un’altra parte di risposta, troppo intima. Quella che ognuno di noi offre all’io più personale e profondo: la propria coscienza. Alla propria coscienza lo si dice chiaramente e sena barare: esco dalla porticina laterale perchè ho paura dei miei errori, delle mie scelte, della mia incoerenza.
Alla propria coscienza si ammette di preferire la porticina laterale alla principale perché la seconda è vuota e non c’è nessuno a ricordarti che hai sbagliato, che non hai mantenuto le promesse oppure che ti sei comportato male… Un qualcuno che potrebbe farti ricordare dei tuoi errori con un fischio, un applauso o magari una tirandoti addosso manciata di monetine.
Piazza del Quirinale, Roma, una sera di mezzo autunno, un cielo terso e una moltitudine che si accalca per cogliere l’attimo tanto atteso. Non siamo arrivati fino al punto di scovare quella porta secondaria che ha “consentito” all’illustre ospite di lasciare il palazzo del Quirinale, molti altri invece sì e hanno preferito dare corda alla propria fantasia. Malinconici quanto basta per aver capito che da Italiani ci siamo mangiati non solo un pezzo di Paese ma anche venti anni della nostra vita, abbiamo rivolto un pensiero a coloro che della verità hanno fatto missione. Buttandola in letteratura, ecco cosa ci dice Bertold Brecht: “Non temete tanto la morte, ma più lo squallore della vita”. La Rochefoucault: “Non si deve giudicare un grande uomo dalle sue qualità ma dall‘uso che sa farne”. Levinson: “Forse saremmo più inclini ad accettare i buoni consigli se essi non interferissero con i nostri progetti”.
E se al posto della brutale ma veritiera letteratura ci fosse spazio, appena, per un epitaffio? In tal caso dovremmo recuperare un altrui pensiero (perdonate la confessione ma non ne rammentiamo l’autore), che rende onore tanto al merito quanto alla vigliaccheria. Afferma: “E’ più grave fare le cose giuste al momento sbagliato perché mentre si incassa una sconfitta si perde anche un’occasione”.
Il guaio è lo stesso di cui parlano le cronache sportive: i presidenti passano, le squadre restano. Giocare per lo scudetto o la retrocessione non è proprio la stessa cosa...











