Durante le guerre c’era fame e la donna bella era pingue e burrosa, mangiare sano era mangiare il più possibile e grasso al massimo. E l’abbiamo tutti ben chiaro pensando alle premurose sollecitazioni al sollazzo gastronomico delle nostre nonne o madri. Perché stupirsi dunque se nell’epoca del fast food e del food everywhere, delle merendine e del friggere qualunque cosa s’imponga un ideale di bellezza testimoniato dalle magrissime top model e il mangiare sano sia il mangiare poco e con poco condimento?
Le diete sono all’ordine del giorno e ce ne sono tantissime: ci sono le diete obbligate di chi per un problema di salute deve, suo malgrado, rinunciare ad un cibo; ci sono le diete di bellezza, per chi vuole apparire alla prova costume come Michelle Hunziker o per chi vuole “conservarsi” a lungo come Madonna; ci sono le diete etiche cruelty free come la vegetariana e la vegana… e poi c’è il crudismo che sembra voler essere tutte queste cose insieme!
Il crudismo, o Raw food, è l’ultima moda alimentare importata dagli Stati Uniti, è una dieta che prevede il nutrirsi di cibi crudi e intatti o tutt’al più marinati. Frutta, verdura, ortaggi, cereali e per i non vegetariani fin’anche pesce; insomma ogni frutto della natura è ammesso purché non cotto e sofisticato.
Il programma è quello di un’alimentazione ultra leggera che non affatichi il pancreas, agevoli la digestione, che eviti il senso di pesantezza post-pasto. La cottura infatti renderebbe il cibo più appetibile a prezzo di alternarne la struttura e di coagularne le proteine incidendo sui nutrienti. Secondo i sostenitori del Raw, è una dieta in linea con la fisiologia umana, più vicina al modo di alimentarsi degli animali e di come si immagina fosse l’alimentazione dell’uomo primitivo, dunque più naturale. Crudismo non è necessariamente sinonimo di vegetarianismo né di veganismo: infatti esistono scuole di pensiero differenti: ci sono crudisti “vegetariani” che non consumano carne né pesce, ma ammettono uova, latte e suoi derivati; crudisti “vegani” che si cibano esclusivamente di vegetali; infine i crudisti “onnivori” si nutrono anche di carne e pesce crudi, e di altri prodotti animali che non hanno subito rimaneggiamenti e trasformazioni dovute alla cottura.
Esiste, inoltre, un’ortodossia crudista la “raw paleolithic diet”, che prevede esclusivamente il consumo di quei soli prodotti che erano disponibili ai tempi dell’uomo preistorico: carne, pesce e uova, miele, bacche e vegetali, rigorosamente crudi. Questi integralisti non consumano i cereali, che sono stati selezionati e “creati” dall’uomo in epoche successive: la loro alimentazione è molto simile a quella degli Inuit o degli aborigeni australiani. Insomma: il mito del buon selvaggio rivisitato in versione alimentare e spiritualità.
Quanto alla naturalità, l’homo sapiens, da quel che si sa, ha sempre cotto il cibo e si è in dubbio se perfino l’homo erectus sapesse usare il fuoco anche a fini alimentari. Fermo restando che alcune motivazioni alla scelta addotte dai crudisti sono corrette, e sottolineando l’assoluta libertà di scelta e il rispetto per la stessa, il pensiero va al giusto mezzo mancato: le diete sono importanti, tutti i tipi di dieta, dall’estetica a quella etica; ma che succede quando facciamo del controllo e della privazione il nostro stile di vita? Da cosa nasce il bisogno di etichettarsi?
Lo stesso concetto di “sano” e di quello che non lo è di per sé stesso culturale, dato dalla percezione psicosociale che ne abbiamo, questo vuol dire che varia di tempo in tempo e di luogo in luogo, sul piano sia sincronico che diacronico. Quindi: cos’è “sano” per davvero?
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