
Creare musica, così come produrre in generale prodotti artistici o culturali, è una gran fatica. Una scommessa che statisticamente il più delle volte è destinata a soccombere, per una serie di circostanze. Quanti ottimi lavori discografici o quante band meritevoli rimangono al palo perché non hanno avuto la possibilità di farsi conoscere? Ad oggi, per chi ama il panorama musicale nazionale e internazionale, appare questa la questione più significativa.
Ossia, sì talento, gradita la capacità creativa, ma poi senza la possibilità di veicolare il proprio lavoro, come si fa a rimanere a galla in un mondo, quello dello spettacolo così influenzato dalla pubblicità, dal tam tam del marketing oppure da quello virtuale ma assolutamente fondamentale della rete? Da queste basilari considerazioni si muove il viaggio, diventato libro, di Daniele Coluzzi che per la Effequ Edizioni, nella collana Emergenze Pop, ha pubblicato questo Rock in progress. Promuovere, distribuire, far conoscere la vostra musica.
Si tratta di un saggio a tutto tondo che fotografa l’attuale situazione italiana in fatto di musica, osservata dal punto di vista di un giovane autore come Coluzzi, che ha solo 22 anni, e che si è chiesto come fare a destreggiarsi avendo il legittimo obiettivo, come si usava dire una volta, di “sfondare”.
Coluzzi elabora un viaggio esaustivo nel mondo della produzione musicale, partendo dalle basi, da suggerimenti che possono sembrare scontati come la scelta del nome, o la scelta dei componenti, il look e la musica da perseguire e proporre con convinzione, sino a citare situazioni come il fun funding, ossia il farsi “foraggiare” dai propri fan. Molte band soprattutto all’estero sono riuscite a produrre gli album d’esordio grazie a questa modalità. E naturalmente si addentra nel discorso a proposito delle ultime tecnologie: il web e i social networks come spazi privilegiati per farsi la giusta pubblicità senza però, questo il consiglio di Coluzzi, esagerare, pena il rischio di ottenere una sovraesposizione controproducente. E ancora i live, la partecipazione a gare o concorsi e i rapporti quanto mai fondamentali con i media. Dall’analisi del giovane musicista romano sembra indispensabile ad oggi affidarsi comunque ad un buon ufficio stampa che promuova e guidi con capacità i passi da compiere per chi si accinge a fare questo mestiere.
Il libro - un vero manuale ricco di consigli e valorizzato dagli interventi di musicisti quali Verdena Marta sui Tubi, Cristina Donà, Il Teatro degli Orrori, che, partiti da ambiti underground, hanno imposto il proprio sound sui palcoscenici - rientra, questo probabilmente il merito maggiore di Coluzzi, nel panorama dell’inchiesta giornalistica. Dalle pagine di Rock in progress infatti scaturisce un’ analisi puntuale, mai ridondante, e stimolante della musica oggi nel nostro paese. Un quadro che illustra ampiamente cosa significa essere un giovane artista nell’Italia del 2011 e quali i possibili scenari. Un ambito quanto mai complesso, difficile, trasformato proprio dall’avvento delle nuove tecnologie che hanno permesso un raggio d’azione più vasto e autonomo per chiunque si affacci al mestiere di musicista, ma proprio per questo motivo un mestiere differente da quello dei cosiddetti anni d’oro del rock e della musica popolare occidentale. Gli anni Sessanta, i Settanta sembrano secoli fa, se si pensa a quali modalità si rifaceva e a quali significati ricopriva allora la musica. Probabilmente il testo di Coluzzi ha anche questo merito, quello di svelare che la qualità è fondamentale come sempre: mai pensare di essere un artista se non si è grado di suonare con passione anche soltanto il giro armonico di Do, ma oggi più che mai impossibile essere musicista senza essere un abile comunicatore.










