
Il vincolo di sangue è più forte dello scirocco, più profondo di un abisso: è cosa primordiale, di natura.
Un Siciliano lo sa da quando nasce, dalla prima volta che, senza capire, ne apprende la sacralità sentendo la mano della madre, la voce del padre. Lo sanno anche tutti gli altri, nati più a nord o più a sud, ovvio. La loro diversità, la loro immaginaria supremazia, li rende spesso riconoscibili ovunque vivano.
Oggi questo vincolo lo sento anche io, sarà perché vivo da quasi trent'anni lontano da Palermo. O forse perché in certe mattine di bruma avverto il bisogno di luce originaria, di vento e salsedine: ho gocce di mare nella doppia elica del DNA. La vita ci porta altrove, si inseguono sogni per poi, un giorno, sognare la vita. Nel 1958 Leonardo Sciascia descrisse un impiegato siciliano cui veniva proposto un trasferimento per lavoro: lasciare il paese per una città. Il funzionario ebbe la premura di dirgli che la nuova sede sarebbe stata in una città vicina. "No," rispose l'impiegato," è meglio in una città lontana:fuori della Sicilia, una città che sia grande." "E perché?" chiese meravigliato il funzionario. "Voglio vedere cose nuove," disse l'impiegato. La famiglia di Vito non voleva vedere cose nuove, perché era chiusa in un sarcofago di sentimenti: un'esistenza tombale fatta di schemi, ira e amori sbagliati.
Questo è ciò che Giuseppe Di Piazza, noto giornalista di cronaca, docente presso l'Università Iulm di Milano e recentemente anche fotografo, descrive in un passo del suo romanzo, un sentimento forte per la sicilianità e l'appartenenza al sud, che egli stesso ha vissuto negli anni Ottanta quando lavorava presso il quotidiano L'Ora di Palermo.
Un' appartenenza che si è portato dentro e con cui ha voluto "fare una resa dei conti" esordendo con il romanzo I quattro canti di Palermo, così si esprime davanti ad un vasto pubblico di lettori intervenuti per la presentazione del suo romanzo tenutasi presso la libreria Fandango Incontro di Roma lo scorso 13 febbraio.
Marida Lombardo Pijola e Gianrico Carofiglio hanno supportato Giuseppe Di Piazza in un excursus affascinate di questo romanzo dove tutto ruota intorno alle terribili lotte di mafia degli anni Ottanta.
Ma il romanzo non è un freddo e spietato necrologio, bensì l'ennesimo tentativo di denuncia di una realtà assuefatta al male dove si incrociano sguardi di donne forti che decidono di lottare contro le loro famiglie con occhi completamente assenti e ciechi di chi nulla vuole sapere.
Un romanzo ricco di passione per un sogno di libertà, di chi ancora crede che le cose possano cambiare e proprio per questo l'autore ha voluto tentare di comprendere il mondo criminale. Affascinato dalle minacce verbali ricevute dai figli dei mafiosi "ho cercato di capire il pensiero criminale, dice, di entrare dentro la testa dei criminali. Ci ho pensato ed ho passato del tempo a farmi domande".
La presentazione del romanzo è stata occasione per la lettura ed interpretazione di alcuni brani da parte degli attori Pierfrancesco Favino e Sarah Felberbaum, a supportarli tra il pubblico alcuni volti noti della televisione tra cui le attrici Christiane Filangeri, Alessia Barela, l'architetto Chiara Tonelli e il giornalista Franco Di Mare.
Il racconto dell'autore ha dato vita ad un acceso dibattito su "Cosa nostra" e come siano cambiati gli assetti interni alla cosca in questi anni. Gianrico Carofiglio,magistrato e anch'egli scrittore, avverte di non abbassare il livello di attenzione nei confronti della mafia che, nonostante sembri silente dopo il duro colpo subito ai vertici da parte della magistratura, è più pericolosa perché in cerca di nuovi assetti ed equilibri.
Dunque un romanzo non autobiografico dove emergono quattro storie "verosimili", come l'autore le definisce, ma legate da un sottilissimo filo e "impercettibile alla vista, il più visibile per chi è andato via da Palermo: il canto dell'assenza".










