Terroni 2.0 (Rubbettino editore) è un saggio su una questione vecchia quanto l'Italia, è uno scritto che non tenta di dare soluzioni, bensì di creare punti di vista. Lo fa in modo intelligente l'autore Piercamillo Falasca, sfruttando le testimonianze di coloro i quali, come lui, incarnano e sostentano questa nuova definizione di emigrante contemporaneo: “Il terrone due punto zero”.
La questione è affrontata semplicemente e con argomentazioni che piovono giù come se fossero chiacchiere da caffè (e in fin dei conti lo sono). I brillanti interlocutori raccontano con declinazioni diverse, la stessa storia, che è anche quella di chi sta scrivendo adesso e di molti nostri colleghi di Prismanews. Nell'ultimo decennio e forse poco più, l'emigrante è diventato affamato non di denaro, che anzi deve avererne per affrontare questo tipo di migrazione, ma di cultura, di emancipazione, di curiosità.
“La nostra migrazione non cercava pane, nossignore. Non ci bastava sopravvivere...anche perchè nel mio caso avrei potuto farlo egregiamente in Calabria. Io volevo il caviale, altro che pane. Un caviale per nulla materiale, fatto di soldi o bel mondo. Caviale culturale, quello sì, visto che nella nostra regione c'era e c'è il deserto” [Domenico]
Si tratta di cercare una vita a livello di tutti gli altri giovani del resto d'Europa, con sogni ambiziosi che realisticamente non potrebbero realizzarsi nel piccolo borgo natio (l'aggettivo di piccolezza qui non ha sempre senso quantitativo). Meglio un cervello in fuga che il ristagnare di quest'ultimi in un luogo dove spesso, troppo spesso, serve essere raccomandati per qualsivoglia lavoro. Come non concordare, in barba alla retorica che ci vuole traditori, piuttosto che giovani ben pensanti in fuga. Quello che propone il nostro autore è semplice, come dice nel suo sottotitolo, “cambiare il sud vivendo altrove”. Già, è semplice quanto forse semplicistico (e stiamo certo considerando la percentuale provocatoria del testo). Questi Terroni 2.0 hanno un legame, comunque indiscutibile, di radice, di DNA, verso il loro sud, hanno quasi un debito con la loro terra, scontabile anche da lontano, facendo rete, unendo le coscienze, non abbassando la guardia, votando nel modo giusto, infiltrando le idee raccolte nel mondo nei nostri paesotti, nelle nostre isole. Falasca immagina una sorta di lobby di cervelli che spinge “anzitutto a partecipare, essere attori del presente e del futuro del Mezzogiorno (...)”.
Ma questo rimane comunque complicato per questi “cervelli 2.0” che vivono le loro frenetiche vite in giro per il paese o l'Europa; di seguito viene citato Bobbio sulla questione meridionale che “incita al minor numero di parole e al maggior numero di fatti”. Appunto diremmo noi, non basta l'unione telematica di coscienze sveglie e eterodosse da lontano. Servono fatti da vicino. La nostra non è una presa di posizione contraria all'assunto di Terroni 2.0, che anzi condividiamo di fatto e la cui lettura consigliamo vivamente a chiunque voglia spunti di riflessione di prima mano sull'annosa questione meridionale. Ma bisogna capire proprio sulla scorta di Bobbio che se da una parte è perfettamente comprensibile che una generazione di cervelli emigri per farsi 2.0 in ogni aspetto così egregiamente descritto da Falasca, serve assolutamente che la situazione cambi con una generazione di Terroni 3.0, che faccia i fatti, che si ribelli sul doppio fronte della rete e della realtà. Il sapore dell'utopia, purtroppo, quando si scrivono cose del genere è assolutamente pesante sulla punta della penna; ma che volete, noi siamo terroni 2.0, e al momento l'utopia, magari online, è il nostro unico mezzo.










