
La prima osservazione, subito dopo aver letto “L’ultima volta che ho visto Parigi”, è che un’opera prima come quella dell’americana Lynn Sheen ben difficilmente avrebbe visto la luce in Italia. Non per altro bensì solo per la facilità del testo, della trama, dei personaggi…
Fascino U.S.A. o nome straniero? Sta di fatto che 'Leggereditore' lo propone al mercato italiano che, detto per inciso, non dovrebbe faticare ad accettare un libro che tuttavia si legge bene e risulta anche abbastanza gradevole. Al di là del personaggio principale (Claire) di cui si apprezzano umanità e carattere - ed alla quale si perdona la bellezza che non diviene occasione di carnalità gratuita - molto efficace il ruolo e lo spessore che Sheen riserva alla fiorista parigina, autentica forza nascosta che lega bene l’orgoglio della capitale francese non-collaborazionista all’energia vitale della Resistenza.
Libro assolutamente non politico ma di ricostruzione storica, “L’ultima volta che ho visto Parigi” stenta all’inizio per poi riscattarsi nella narrazione. Da un po’ fastidio leggere i riferimenti smaccati alla Veuve Cliquot e alla Cartier anche se vi è un inno alla femminilità, alla bellezza, che contrastano con quel mondo maschilista e maschile… Gradevole quindi la forma di diario, che scandisce i mesi della Parigi occupata dai nazisti, metropoli che si ritrova a nutrire un sentimento dominante di speranza, celata nel dramma della Seconda Guerra mondiale. E qui emerge con autorità e dolcezza la figura della fiorista, speranza incarnata da un passato dolce-amaro, molto più dolce e molto più amaro di quello di Claire che percorre le strade della vita barcollando fra l’essere eroina e l’essere traditrice. Egoista, Claire? Non proprio: spinta dal bisogno di dimenticare l’origine plebea (“La figlia indigente di un contando”), giunta a New York spinta dalla fame e poi fino alla capitale francese per sfuggire dal marito - in affari proprio con i nazisti - che ne aveva scoperto la reale identità.
Parigi viva, vitale, ammaliante nella sua essenza di animale civilizzato e selvaggio che vuole sopravvivere, a qualsiasi costo… Già, Parigi, oggi celebrata da Woody Allen e dal suo ultimo film, Parigi di cui ognuno di noi da’ un giudizio per averne respirato il richiamo… Ed è a Parigi, solo a Parigi!, che un personaggio delicato come la fiorista può dire “So quello che provoca la guerra. Conosco i suoi costi. Ma questa è sempre Parigi. Questo negozio sopravviverà. Sopravvive sempre”)… Brava Sheen a decifrare Parigi in mano ai Tedeschi occupanti: “Loro potranno arrivare qui ma avranno meno bisogno di fiori? Meno bisogno di bellezza?”.
Parigi, bellezza, donne, champagne, richiami di vita in una cornice di morte. Un altro motivo per leggere piacevolmente il libro è quello che lega la bellezza all’ulteriore legame mentale con l’eleganza, che l’Autrice ci porge che non può esistere bellezza senza eleganza: se la prima è un dono, la seconda è una conquista e gli uomini sono disposti all’indulgenza verso una donna solo a condizione che essa sia rivestita di una eleganza sottile, afrodisiaca…
Poca passione, invece e purtroppo, nel momento di passione fra Claire e Grey, altra cifra maschile che struttura il libro. Qui la Sheen si fa prendere la mano dal dejà-vu, dal banale, dall’indecisione di esser sincera con se stessa. Forse presa dall’imbarazzo di dover dettagliare cosa fa lui a lei, descrive un amplesso ridicolo nella forma, finto nella sostanza, risibile nei toni, immancabilmente pubblicitario nella sua assenza di carnalità. Una fiamma rossa e viva in un cielo grigio avrebbe rischiarato la notte parigina senza per questo farcela volere meno bene.










