“Cetometizzazione”. È con questo termine che Antonio Galdo e Giuseppe De Rita tentano di descrivere il processo di formazione della neo-borghesia italiana, quella dei giorni nostri, quella pressoché assente nei tavoli di discussione, oggi diffusi a milioni sul territorio italiano. E dire che il periodo che stiamo vivendo di spunti di riflessione ne fornisce a iosa: crisi economica e del sistema bancario, crisi della politica, dei vecchi valori, della destra e della sinistra.
Eppure la cosiddetta borghesia italiana, sembra essere assente. Nessuna nuova idea, nessuna partecipazione. Così la vedono il giornalista Antonio Galdo e il sociologo Giuseppe De Rita, e hanno tentato di descriverla in un libro giustamente titolato L’eclissi della borghesia (Laterza). Se ne è discusso il 23 gennaio scorso alla Galleria Alberto Sordi di Roma, alla presenza del Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione Andrea Riccardi, dell’Onorevole pidiellino Maurizio Lupi e del Governatore della Toscana Enrico Rossi. Dice De Rita che “siamo davanti all’inizio di un nuovo ciclo e quello che si è appena concluso è stato caratterizzato da due cose nello specifico: il protagonismo soggettivo, che si evidenzia soprattutto nell’assoluta personalizzazione della politica, e nell’alta cetometizzazione del popolo italiano”. Il sociologo che fu tra i fondatori del Censis ricorda come “negli anni ’80 la borghesia italiana corrispondeva all’85% circa dell’intera popolazione. Ma Pasolini al tempo ci aveva avvertiti: quella che nasceva non era una nuova borghesia, ma piuttosto era l’imborghesimento della società italiana”. E cioè che la società italiana si atteggiava da borghese, ma non lo era nell’essenza. Oggi De Rita e Galdo vedono ripetersi questo processo descritto da Pasolini ma in chiave di “ceto medio”. Una classe sociale, quella del ceto medio, che corre sulle bocche di tutti: è proprio su questa fascia di popolazione che secondo molti politici si avranno gli effetti più devastanti della recessione economica, la quale ne minaccia addirittura la scomparsa. Si dice spesso che la classe media si stia via via assottigliando e regredendo allo stato di classe “bassa”. Nonostante tutto, questo popolo cetometizzato è pressoché assente nel dibattito pubblico. Dunque, innanzi tutto, bisognerebbe intendersi su cosa e su chi sia effettivamente questa nuova borghesia. L’immagine dell’imprenditore conservatore, spesso di stampo liberale e magari anche un po’ paternalista, è totalmente scomparsa dall’orizzonte odierno. Ad esempio, per il giornalista Antonio Galdo “la borghesia non è solo quella della politica, ma quella che si occupa del sistema paese in tutte le forme di rappresentanza”. Ecco, già a questa prima definizione qualcuno potrebbe obiettare che la politica, ma anche il mondo industriale della Confindustria, ha superato di gran lunga la classe media ed è arrivata a quella alta, se non altissima, quasi da “Casta”. Oppure, è il popolo italiano che si è troppo cetometizzato per vedere la differenza: molti di noi possono togliersi lo sfizio di comprare un iPad2 come Marchionne, ma non possiamo vivere da Marchionne. Noi l’iPad2 lo compriamo a rate, lui cash. Insomma, della borghesia moderna abbiamo copiato solo i vizi, o le abitudini, proprio come diceva Pasolini. Ma i presenti al dibattito di Galleria Alberto Sordi vogliono denunciare un altro aspetto del popolo cetometizzato: “l’Italia – continua Antonio Galdo – si presenta come una grande anomalia con la borghesia che non fa il suo dovere. Uno degli effetti di questa anomalia è il sistema politico precario degli ultimi 17 anni”. È una borghesia che sta “affacciata alla finestra”, anziché “vivere con ardore”. Non partecipa, non interviene, e la politica ormai debolissima ne è uno dei sintomi. Per il governatore della Toscana Enrico Rossi il meccanismo funziona al contrario: “io credo che la borghesia possa venir fuori quando la politica riuscirà a definire bene i limiti di una prospettiva di vita. Più che della borghesia, abbiamo bisogno di una ristrutturazione della politica, lasciando spazio ai piccoli partiti, quelli popolari, vicini alle masse”. Per il Presidente Rossi, quindi, è la politica arroccata alle poltrone parlamentari e distante anni luce dai cittadini che non permette al ceto medio di farsi avanti. L’Onorevole Maurizio Lupi dà una chiave di lettura ancora diversa: “credo che la politica nasca dalla società, e la debolezza della politica è la debolezza della società”. E cioè: i politici che siedono oggi in Parlamento, ormai invisi alla maggioranza dei cittadini, sono un prodotto della nostra società, del popolo italiano che li ha eletti. Si penserà che i partecipanti all’evento vogliano dar seguito a questo interessantissimo dibattito. Macché. Dice il Ministro Riccardi: “Io mi rendo conto che il dibattito politico si è intristito, e il problema è proprio questo: la mancanza di una nuova visione del mondo che la politica non è ancora in grado di fornire. C’è l’esigenza di ricostruire lentamente il tessuto della società, abbiamo bisogno di pensieri lunghi e pacati, e di ardore e passione civile allo stesso tempo. Non certo delle litigate da talk show televisivo”. Ecco, ripetete queste frasi per sei volte e avrete il resto del dibattito. Oppure, Maurizio Lupi: “il governo tecnico è potuto nascere grazie alla scelta responsabile della politica di fare un passo indietro”. Aggiungete la solita sferzata alla Lega maroniana che “ha preferito tener conto solo del proprio elettorato e non piuttosto del bene comune”, e avrete la litigata da talk show televisivo. Condite il tutto con la riflessione sul ruolo dei cattolici (il Cardinale Bagnasco ha recentemente ripetuto l’esigenza di una partecipazione attiva) e su come questi dovrebbero organizzarsi, forse confluendo nel “grande centro” che tutti vanno continuamente inseguendo, e avrete il polpettone perfetto: la politica che parla solo di se stessa. Sarà anche per questo che il pubblico in platea decide lentamente di alzarsi e andare via: a nessuno importa del destino dei cattolici quando l’esigenza è quella di arrivare con lo stipendio a fine mese. Improvvisamente si tirano fuori discorsi seri, tipo la questione dell’immigrazione e dell’integrazione. Ma se si prova a chiedere ad Andrea Riccardi - che da Ministro per la cooperazione è stato a Firenze dopo il brutale assassinio degli ambulanti senegalesi e recentemente a Rosarno per verificare le condizioni disumane in cui vivono gli stranieri - cosa intenda fare con il reato di clandestinità previsto dalle nostre leggi, lui fa in tempo a bofonchiare che “è di competenza del Ministro Cancellieri” prima di sgattaiolare via fra la folla. Allora decidiamo di parlare con l’Onorevole Lupi, per capire quanta volontà ha la politica di riformarsi.
Onorevole, oggi si è ripetuto spesso che la politica è debole e che è necessario riformarla per avvicinarla maggiormente ai cittadini. Ma andare a vedere cosa sta succedendo in Sicilia non sarebbe già qualcosa? “Certo, la politica deve ritornare in mezzo alla gente, avere il coraggio di mettere la propria faccia. Così come deve avere il coraggio di non dire quello che la gente pensa perché è più importante dire dove si vuole andare. Abbiamo passato gli ultimi 15 anni a cercare il nemico da abbattere e a pensare a come vincere le elezioni, adesso ognuno di noi deve dire cosa ha intenzione di fare”.
Ma Lei è andato in Sicilia? “No, no...se noi adesso andiamo in Sicilia ci fanno un cu...ci fanno una testa così, gli amici del Pdl”.
Il governatore Lombardo ha ricevuto i cittadini. “Sì, c’è Lombardo, ci sono i nostri rappresentanti, c’è il nostro coordinatore Castiglione, abbiamo tutti i nostri parlamentari...i siciliani non sono indifferenti nella rappresentazione politica in Parlamento”.
Ma Lei si è fatto un’idea di quello che sta accadendo in quelle terre? A manifestare nelle piazze ci sono persino i preti. “No, non mi sono ancora fatto un’idea. Mi ha spaventato però quello che stava accadendo perché il conflitto sociale è l’unica cosa che il paese non può permettersi”.










