
Una vittima del progresso tecnico e sociale, risultato estremo del processo di urbanizzazione avviato fin dalla Rivoluzione Industriale dell’Ottocento, è senza dubbio il folklore popolare, ovvero tutto quel sistema simbolico e culturale strettamente connesso ai territori regionali e provinciali.
Quando ci riferiamo alla cultura rurale e alle antiche tradizioni, rivolgiamo la nostra attenzione ai riti, alle cerimonie, ma anche a quelle feste a cui, seppur sempre più raramente, possiamo assistere ancora oggi in occasione delle giornate dedicate al patrono, o dedicate alla raccolta o alla semina.
Si tratta di argomenti di matrice antro-etnologica, ma di grande interesse anche per la filosofia e per la sociologia, e che hanno spesso attratto l’attenzione specie nel nostro Paese caratterizzato da un legame profondo con le culture popolari, da quelle di origine pagana a quelle di derivazione cristiana, che risultano spesso sovrapposte e non distinguibili. A proposito di ciò, sono una testimonianza di estremo valore gli scritti di Ernesto De Martino, il più grande antropologo italiano, appassionato esperto del Mezzogiorno e dei suoi riti secolari.
Tutto ciò valga da premessa per presentare il volume di Piercarlo Grimaldi dal titolo Il calendario rituale contadino. Il tempo della festa e del lavoro fra tradizione e complessità sociale, ponderoso volume pubblicato dalla Franco Angeli e prodotto dal Dipartimento di scienze sociali dell’Università di Torino. Si tratta del risultato di una vasta ricerca svolta nell’area tra Piemonte (centrale il caso della comunità di Mongardino) e Provenza, e ne rintraccia le culture locali destinate a una lenta ma inesorabile scomparsa; questo è già un carattere particolarmente intrigante: solitamente, si attribuisce al sud Italia l’orizzonte pre-moderno della società delle campagne. Nel Medioevo, d’altronde, le campagne erano un po’ ovunque, anche nelle zone oggi coperte da cemento e da città; molto diffuse erano le visioni apocalittiche che annunciavano la fine del loro mondo, e non a caso un carattere essenziale su cui Grimaldi si concentra è quello del tempo, connesso al tema della “fine” e perciò del rito salvifico.
L’autore apre il volume concentrandosi sui diversi “tempi” che regolarizzano la vita cittadina o quella contadina, quest’ultima ovviamente determinata dai cicli naturali delle stagioni. La figura allegorica, ma anche spirituale della luna, ad esempio, per arrivare al calendario religioso intrecciato a quello più espressamente pagano: cosa è rimasto delle antiche feste e riti? E delle antiche danze?
Il libro, grazie all’ausilio di una sostanziosa raccolta di immagini e documenti, è un’occasione per riflettere su un universo prossimo a svanire completamente, ma oltre al lato malinconico è anche l’occasione di ripensare al ruolo che le antiche tradizioni hanno avuto e continuano timidamente ad avere per le società contemporanee.










