Informazione è un termine generale, mantiene una sua autonomia, prevede una cognizione completa di qualcosa, un fatto o un evento, ma deve essere gestito. Oggi non si tratta più del problema di come debba essere l’informazione in sé, ma della sua gestione trasparente, del suo possesso. Uso e consumo dell’informazione diventano le fondamenta del patrimonio comune quale la conoscenza dei fatti. Enrico Cheli scrive un saggio di descrizione, costruzione e
critica sul problema più attuale e contorto dell’era contemporanea: le
conseguenze dell’informazione.
Come difendersi dai media.Gli effetti indesiderati di giornali, radio, tv e internet (La Lepre Edizioni) delimita uno spaccato prima storico, poi analitico del problema in esame. Attraverso la trattazione del concetto stesso di informazione e globalizzazione, termini ormai divenuti presupposti di una società civile intesa in senso universale, in cui la notizia è una sola ma il metodo di diffusione cambia, l’analisi attraversa fasi differenti. Se in una prima fase si prendono in considerazione i presupposti evolutivi del concetto stesso di notizia, definendone l’evoluzione attraverso il web, la televisione o la radio, si passa successivamente ad una critica dettagliata, volta a evidenziare gli effetti negativi. Indubbiamente, risulta rilevante la trattazione dei pericoli, l’opinione pubblica e il modo in cui debba essere gestita. L’informazione collettiva rappresenta uno dei fondamenti della democrazia, la diffusione di fatti da cui derivano opinioni e giudizi soggettivi. Non c’è dubbio che sussistono conseguenze emozionali e cognitive differenti in relazione al modo in cui le notizie vengono divulgate. In questo senso, l’analisi svolta nel saggio mira a sottolineare gli effetti individuali e collettivi, soffermandosi sui pregiudizi personali causati da una distorta gestione della notizia. Il potenziale terrore generato da un fatto divulgato in modi differenti, a seconda dello Stato in cui ci si trova, può provocare dissenso, ira, panico, controllo, e tutto questo non può che collegarsi a un potere invisibile, conscio della tensione che può essere generata da una notizia diffusa in modo distorto. Attraverso quest’analisi, si procede all’enunciazione di soluzioni potenziali e contrasti ancora sussistenti sul fronte della gestione dell’informazione all’interno della società, e di come da essa derivi una responsabilità morale fondamentale per la tutela del diritto alla libera informazione. L’evoluzione socio-culturale dell’informazione risulta essere il percorso necessario per poter evidenziare le lacune ancora sussistenti all’interno di uno Stato di diritto in cui l’informazione deve considerarsi come un diritto della collettività a conoscere, e non uno strumento volto a gestire il pensiero collettivo attraverso un’elencazione mirata e viziata di ciò che si può considerare notizia.
L’utilizzo del termine disinformazione può ancora utilizzarsi in uno Stato come l’Italia, o a volte rappresenta uno strumento per attirare l’attenzione su un problema che può sembrare apparente, ma che in realtà non esiste? "Ritengo che il termine disinformazione sia purtroppo ancora attuale e molti sono gli aspetti della realtà che i media distorcono profondamente e con continuità. Per esempio, nonostante che si parli spessissimo di criminalità si evita quasi sempre di interpretare il fenomeno in chiave socioculturale. Benché i criminali appartengano spesso a minoranze sociali o etniche svantaggiate, è molto raro che i loro atti siano contestualizzati nel quadro di povertà, emarginazione, sfruttamento che li caratterizza; al contrario, tali atti sono quasi sempre presentati come questioni individuali, nelle loro manifestazioni e nelle loro origini, senza alcun riferimento al conflitto sociale ad essi sottostante, dando risalto solo al ruolo dell’apparato deterrente e repressivo (forze dell’ordine e magistratura) ed evitando quasi ogni riferimento al ruolo che potrebbero svolgere idonee misure sociali di prevenzione, volte a migliorare le condizioni materiali, sociali e culturali delle persone appartenenti alle classi meno abbienti al cui interno la malavita arruola la propria manovalanza.
Un ulteriore distorsione della realtà operata dai media risiede nella tendenza a rafforzare e legittimare idee, soggetti e personaggi già affermati, piuttosto che a dare spazio a nuovi punti di vista, a nuove proposte e a nuovi personaggi; insomma i media operano complessivamente più per il mantenimento dello status quo che per il cambiamento sociale. Ciò può essere dovuto a vari motivi: in primo luogo al fatto che coloro che controllano i media si trovano già, nella gran parte dei casi, in situazioni economicamente e socialmente privilegiate, ed hanno quindi più interesse a difenderle che non ad introdurre nella società fattori di effettivo rinnovamento; in secondo luogo, alla tendenza a massimizzare gli indici di ascolto (o di vendita), che porta a preferire argomenti, personaggi e punti di vista già collaudati e che vadano mediamente bene per tutti, senza suscitare troppe perplessità. Un ulteriore caso di disinformazione ricorrente è quello delle malattie infettive, dal vaiolo all’AIDS, dall’influenza alla SARS, o polmonite atipica, che riempì le cronache di tutto il mondo nella primavera del 2003, fino all’influenza aviaria, protagonista assoluta dal 2005 al 2007 o della cosiddetta 'suina' del 2009-2010 che si rivelò poi una vera e propria 'bufala'. Se giudicassimo la gravità e pericolosità di una malattia dallo spazio assegnatole dai giornali e teleradiogiornali, dovremmo dedurre che la SARS o l’influenza aviaria o la suina hanno prodotto centinaia di migliaia di casi e molte migliaia di morti; in realtà, a conti fatti, hanno causato molti meno danni di una normale epidemia di influenza o di una ondata di caldo estivo.
Difatti, dopo averci terrorizzato per alcuni mesi, tali malattie sono sparite dai giornali altrettanto rapidamente di come erano arrivate. Come hanno sostenuto numerosi epidemiologi, esistono sul pianeta malattie infettive ben più gravi, per numero di casi e mortalità, di quelle suddette, e che pure non fanno affatto notizia: perché allora i giornali si sono focalizzati così ossessivamente su queste due malattie dalla portata tutto sommato contenuta, terrorizzando inutilmente miliardi di persone? Non si nega certo il diritto-dovere dei media di informarci dei rischi che corriamo, ma questa informazione ci serve realmente a prevenire l’eventuale contagio o ha il solo effetto di terrorizzarci? Un conto è riferire un fatto inconsueto, come il manifestarsi di una nuova malattia, altro conto è martellare ossessivamente per mesi su tale questione, ingigantendola ben oltre le sue reali dimensioni. A che pro tutto questo? Alcuni studiosi ritengono che dipenda da una distorsione del sistema giornalistico, talmente alla ricerca dello scoop, della notizia sensazionale, da arrivare talvolta - se non riesce a trovarla – addirittura a crearla ad arte, gonfiando una notizia minore fino a renderla 'di prima classe'. Altri autori sospettano invece che vi sia una vera e propria strategia intenzionale di terrorismo mediatico alimentata da gruppi politici ed economici interessati a creare un clima di costante all’erta e paura, che favorisce poi misure eccezionali, come l’acquisto di ingenti quantità di vaccini e farmaci da parte dei governi. Quale che sia la causa, è nostro diritto di cittadini di uno stato democratico pretendere dai media una maggiore attenzione alle conseguenze del loro operato e una maggiore fedeltà nel riferire gli eventi, senza sminuirli né gonfiarli".
Oggi il concetto di informazione risulta essere stravolto dai social network e dai blog, ma si può ancora parlare di informazione libera e completa? "L’informazione non è mai stata libera e completa, ma l’avvento dei social network e dei blog aumenta senza dubbio le possibilità dell’utente di disporre di fonti alternative e meno colluse con il potere politico e economico e dunque rende l’informazione più libera e completa. Non la stravolge però, in quanto il numero di persone che attinge da tali fonti è ancora esiguo rispetto a quante si rivolgono ancora ai media tradizionali (giornali, radio, TV)".
Che significa oggi “essere informati”? Si tratta solo di una mera divulgazione o deve garantire anche un giudizio critico personale che implichi anche il rischio di un dissenso popolare? "Gli eventi riferiti dai giornali, dai TG, dai GR non sono la realtà, ma piuttosto dei racconti sulla realtà. Anche quando si tratta di un servizio giornalistico il più possibile obiettivo e fedele ai fatti, non siamo comunque a contatto con l’evento vero e proprio, ma con un racconto di quell’evento fatto da quel certo giornalista di quella certa testata, e il raccontare comporta sempre un filtrare, modificare, interpretare, anche involontariamente, quanto accaduto. Dunque il giornalismo produce racconti e questi racconti si chiamano notizie; esse nascono, sì, da fatti veri, ma questo avviene anche per molti romanzi; ebbene, forse non è eccessivo dire che il giornalismo ci offre una versione inevitabilmente un po’ romanzata della realtà.
Ogni notizia viene confezionata in funzione di molteplici fattori: le caratteristiche tecniche del medium (stampa, radio, TV etc.); lo stile narrativo del giornalista; la sua visione del mondo; le finalità culturali e politiche della sua testata; le logiche del linguaggio giornalistico, che portano a esporre i fatti in un certo ordine e a dare risalto a quegli aspetti che si ritiene facciano più notizia. Sapere come vengono confezionate le notizie e cosa avviene dietro le quinte del giornalismo può aiutare gli utenti a sviluppare una visione critica e a rapportarsi ad esso ed ai suoi prodotti in modo più consapevole".
In che modo il sistema politico-giuridico italiano può migliorare la tutela della stampa? Non è già sufficiente l’art. 21 della Costituzione? "L’art. 21 della Costituzione tutela la stampa permettendole totale libertà di espressione ma non tutela affatto gli utenti qualora tale libertà sia abusata per distorcere l’informazione e perseguire finalità manipolatorie di natura politica o economica. Questo è il motivo principale che mi ha indotto a scrivere 'Come difendersi dai media': un libro chiaro e comprensibile per rendere evidenti i molti effetti indesiderati prodotti da giornali, radio e TV e per suggerire accorgimenti pratici per evitarli o ridurli".
Quali sono le conseguenze patologiche immediate riconducibili ai mass-media? "Nel libro che ho sopra citato (pubblicato da La lepre edizioni) metto in evidenza 3 tipi di effetti o conseguenze: gli effetti cognitivi (che sono quelli legati alla disinformazione di cui si è già accennato), gli effetti sul senso di identità della persona (ad esempio come la pubblicità induce a dare valore a certi status symbol e a desiderarne il possesso) e infine gli effetti emozionali, che sono i meno noti e i meno studiati ma forse quelli più rilevanti per il benessere e la salute delle persone.
Uno degli effetti emozionali più temibili è quello che ho definito 'intossicazione emozionale' causata da notizie o immagini con contenuti emozionalmente troppo 'pesanti' e crudi, quali ad es. scene spaventose o disgustose di violenza fisica o psicologica, di perversioni sessuali, di pazzia o di disperazione, di incidenti o cataclismi etc. La qualità del sonno dopo esperienze del genere è tutt’altro che ottimale: notte agitata, brutti sogni, ci si risveglia la mattina successiva poco riposati e nervosi; si inizia la giornata con la 'luna di traverso' e ci si sente più sospettosi, più irritabili, più chiusi verso gli altri, più propensi a vedere i rischi, che non la bellezza di ciò che ci circonda. Ciò in quanto si portano nella vita reale alcuni residui di ciò che ci ha inquietati la sera precedente. La lettura, ascolto o visione di situazioni paurose o violente produce infatti stati di allerta, di tensione, di vera e propria paura, di disgusto, di nausea che non sempre cessano alla fine della fruizione, ma possono perdurare anche per molto tempo. Il sistema nervoso reagisce a tali eventi come se fossero reali, innalzando i livelli di attivazione endocrina e neuronale, contraendo i muscoli volontari e involontari come se ci si preparasse a reagire con la fuga o il contrattacco a quanto sta avvenendo. Fuga e contrattacco che però il lettore/spettatore non metterà mai in atto. Tale situazione non è affatto occasionale, ma è anzi la regola, poiché la maggior parte delle persone riceve tutti i giorni dai media una grandissima quantità di testi e programmi volti a suscitare stati di allarme. Una imponente ricerca svolta negli USA (e le cose non sono molto diverse in Italia) ha rilevato che oltre il 60% di tutti i programmi TV contengono almeno una scena di violenza e per i film e telefilm la percentuale sale addirittura al 90%; inoltre i tipici programmi a contenuto violento propongono almeno 6 incidenti o eventi di violenza per ogni ora di durata.
Una ulteriore conseguenza patologica è l’information anxiety o sindrome ansiosa da cattive notizie. Mentre l’intossicazione emozionale produce conseguenze a breve termine, che si manifestano cioè subito dopo aver visto determinate scene o ascoltato o letto determinate storie, l’information anxiety è una sindrome a lungo termine, prodotta dal continuo accumularsi di cattive notizie che giorno dopo giorno ingenerano nelle persone un atteggiamento di fondo cronicamente ansioso ed una correlata credenza negativa del tipo 'viviamo proprio in un brutto mondo'. Vi sono poi numerose altre conseguenze ed effetti emozionali che riguardano lo stress, le relazioni con gli altri e perfino la sessualità e che nel libro sono illustrati ampiamente, fornendo per ciascuno di essi degli antidoti".










