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“Assalto alla giustizia”. Lo scontro tra potere politico e magistratura raccontato da Gian Carlo Caselli

Quando si dice “Era Monti” tutti immaginano una stagione politica diversa, all’insegna della serietà istituzionale oltre che, com’è ovvio, della sobrietà solenne. Poi succede che il deputato del Pdl Nicola Cosentino, meglio conosciuto come nick ‘o mericano, venga salvato alla Camera dalla richiesta di arresto inviata dalla Procura di Napoli che lo indaga per i suoi rapporti con il clan dei Casalesi, e allora d’un colpo tutto torna come prima.

Come quando, nel pane quotidiano del dibattito televisivo, si perpetrava senza mezzi termini quello che Gian Carlo Caselli ha definito Assalto alla giustizia. Così titola infatti l’ultimo libro del Procuratore capo della Repubblica di Torino, uscito recentemente per Melampo Editore. “Magistrati politicizzati”, o “mentalmente deviati”, assimilabili alle brigate rosse, anzi delle vere e proprie “toghe rosse”, “fomentati dall’odio” e impegnati in un “golpe politico giudiziario” che partiva innanzi tutto dalla persecuzione ordinaria all’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. “Un attacco giudiziario ad personam” da cui occorreva necessariamente difendersi con “ leggi ad personam”. Queste e molte altre illazioni sono state lanciate contro la magistratura italiana da parte di un potere politico troppo viziato per poter accettare di rendere i politici uguali agli altri cittadini. Una delegittimazione talmente profonda che non ha precedenti storici nel nostro paese. O forse si.
Il procuratore Caselli, in occasione della presentazione del suo libro alle librerie Feltrinelli di Roma, fa una sorta di excursus storico e spiega: “C’è stata una stagione in cui la magistratura era politicizzata. Era il tempo in cui la giustizia era il braccio armato del potere fascista. I magistrati erano nominati dalla dittatura e la loro provenienza sociale era quelle della classe ricca, borghese, lontana dal popolo comune. In quegli anni gli infortuni sul lavoro erano definiti una disgrazia e l’operaio una sorta di incauto suicida. La mafia era negata, il sopruso del potente avallato. Questo è il massimo della politicizzazione possibile”. Seduto accanto a Giancarlo Caselli, il segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara annuisce. È lui che prosegue il racconto del procuratore torinese: “nel libro di Caselli ho visto riflessa la storia della magistratura degli ultimi anni – nota Luca Palamara – soprattutto di come si è involuta, accelerandosi, la delegittimazione del potere giudiziario a partire dal 2008 in poi. Io credo che questo processo di delegittimazione sia iniziato con Tangentopoli e da allora non si è più fermato”. Quella stagione di corruzione diffusa, strani suicidi, arresti di alcuni degli uomini più potenti d’Italia fino al Presidente del Consiglio Bettino Craxi, sembra essere, per tutti, il punto d’inizio dello sconvolgimento della politica e dell’onorabilità delle istituzioni. È così per Palamara e Caselli, ma anche per il magistrato Piercamillo Davigo che negli anni ’90 era la “mente sottile” del pool Mani Pulite, e che ha più volte manifestato questo pensiero nelle sue dichiarazioni pubbliche. Da allora la politica non sarà più la stessa, e neanche la magistratura potrà operare come prima. “Negli ultimi 15-20 anni, patologicamente, i magistrati che si occupano dei poteri forti, politici o economici che siano, vengono assaltati”, spiega Caselli. E Caselli questo assalto lo conosce bene, avendo istruito il processo per mafia a Giulio Andreotti con tutte le ritorsioni del caso. Nel 2005, infatti, l’attuale procuratore di Torino tenta la candidatura a procuratore nazionale Antimafia. Con un emendamento del senatore Luigi Bobbio sulla riforma Castelli (questo sì ad personam), Caselli viene escluso dalla competizione per la sua età anagrafica. Dopo la nomina di Piero Grasso alla guida dell’Antimafia, la Corte Costituzionale bollerà come illegittimo l’emendamento Bobbio. “Ormai però non importava più, i giochi erano già fatti e io ero stato escluso – racconta Gian Carlo Caselli – e poi mi fu detto chiaro perché: dovevo pagare per il processo Andreotti”. Gli assalti raccontati dal procuratore non sono semplicemente verbali, dunque. Anche se è proprio con le parole che si è consumata la lotta più feroce. Soprattutto nelle parole usate dai mezzi d’informazione che fino a pochi mesi fa ancora s’ingegnavano nel descrivere il celebre “scontro tra politica e magistratura”. Dice ancora Caselli: “l’informazione ha avuto un ruolo importantissimo nell’azione di legittimazione della giustizia, e non è un caso che anche i media siano stati vittima di una certa opera di denigrazione. C’è tantissima confusione. Pensateci, una stessa parte politica che propone contemporaneamente il processo breve e il processo lungo. O è uno strano caso di schizofrenia, oppure l’informazione doveva chiarire al suo pubblico che quello che si stava tentando di fare era di tutelare interessi individuali. Oppure – continua il procuratore – pensate a quest’altro esempio: il responsabile giustizia del Pd alla Camera, Onorevole Leoluca Orlando, quando decide di esporre il proprio pensiero in tema di giustizia italiana sceglie di farlo su Il Foglio di Giuliano Ferrara. La scelta dell’interlocutore non è affatto casuale”.
Ma se Caselli e Palamara si trovano concordi nel definire le caratteristiche di questo assalto, ci sono alcuni punti in cui i due esponenti della magistratura italiana divergono. In primis, sullo scioglimento dei cosiddetti gruppi specializzati che si terrà nei mesi a venire. L’obbligo di turnazione che impone a giudici e procuratori di operare all’interno di una procura a tempo determinato rischia di scorporare gruppi di lavoro che negli anni si sono trasformati in pool specializzati. Come quelli anti-corruzione e reati economici della Procura di Milano che hanno condotto alcune delle indagini più importanti degli ultimi tempi (Lele Mora, Parmalat, Telecom), o il pool di Torino specializzato negli infortuni sul lavoro (Thyssenkrupp e Eternit). “Un dramma – afferma Caselli - su cui a mio parere l’Anm ha fatto sentire poco la sua voce”. Dal canto suo Palamara si difende dicendo che “la situazione è molto più complessa di come sembra. I magistrati che operano per troppo tempo su uno stesso luogo, penso soprattutto alle piccole realtà in cui versano certe procure, rischiano di essere troppo influenzati dall’ambiente di conoscenze”. Il secondo punto di divergenza fra Palamara e Caselli è, per così dire, l’ottimismo. Necessario per il segretario dell’Anm che, anche per il ruolo istituzionale che ricopre, si augura che “non si ritornerà mai più al cosiddetto scontro tra politica e magistratura. Il banco di prova è la lotta all’evasione fiscale”. Più realista la visione di Caselli: “è illusorio pensare che anni e anni di attacchi possano scomparire in un colpo solo con la semplice uscita di scena del loro principale alfiere. Questa tendenza è purtroppo trasversale negli schieramenti. L’unica speranza di salvezza – conclude il procuratore donandoci finalmente di una nota di speranza – è la memoria”.
[Clicca qui per leggere l’intervista a Gian Carlo Caselli]



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Autore di questo Articolo: federica de iacob

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