Un think-tank come quello della Fondazione Roma non poteva che offrire parterre di alto rango e di alti contenuti in occasione del seminario su “Può l’Italia uscire dall’Euro?” indetto lo scorso 11 novembre.
Alla vigilia dell’addio del Premier e dell’avvento del governo tecnico, l’opzione di un’Italia che dica addio alla moneta unica è stata al centro di un dibattito vivace nel quale il parere di Marcello De Cecco, Carlo Pelanda, Rainer Masera e dello stesso Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione, hanno dato il senso storico degli eventi.
Che, in sostanza, si sono riassunti nel quesito: la permanenza del Paese nel Sistema Monetario Europeo è ancora possibile, visti i costi e i riflessi sulla struttura industriale?
Euroscettico rispetto ai valori professati dai Padri Fondatori dell’UE oggi traditi, Emanuele - docente di Scienza delle Finanze e Politica economica all’Università Europea di Roma - ha condotto un breve excursus nel quale ha trovato posto il debito pubblico italiano (“Fisiologico fin dall’Unità nazionale”), l’adesione alla moneta unica (“Gli Italiani, forse gli unici a non essersi espressi con referendum”), lo strapotere della Germania (“Dopo aver perso due guerre, ha vinto la terza senza sparare un colpo e di fatto ha germanizzato l’Europa”). Deciso, poi l’affondo su ciò che è oggi la UE: “Un apparato burocratico che ci costa fra l’1 e il 3% del Pil, privo di una sovrastruttura politica estera e fiscale e privo del riconoscimento delle comuni radici cristiane”.
Cosa fare, allora, mentre la casa brucia e lo spread è diventato lo spauracchio di tutti? Emanuele si è auto-citato: “Nel 2003 dissi che le Fondazioni dovevano uscire dalle banche e venni additato come terrorista: ma i fatti mi hanno dato ragione; nel 2007 dissi che gli Stati Uniti erano in default e mi apostrofarono come filo-palestinese, eppure i fatti mi hanno dato ragione”. Premessa per affermare quindi che le alternative sono risicate: affrontare i nostri problemi seriamente e risolverli, agendo poi in sede europea per rimodellare ciò che deve esserlo; oppure uscire volontariamente dall’euro per evitare di esserne cacciati. “E per evitare che sia la Bce, realtà sovra-nazionale e non giuridica, a decidere per noi”.

De Cecco, già docente alla Normale di Pisa e oggi alla Luiss di Roma, storico della finanza, ha messo l’accento sul duopolio Francia-Germania che ha da sempre caratterizzato la Ue. “Il cambio con il dollaro toccò quota 0,82 solo perchè faceva comodo alla Germania. Di errori se ne sono fatti tanti e non posso non ricordare quel che avvenne nel 2008, quando noi chiedemmo un intervento comunitario su tutte le banche e i tedeschi risposero che occorreva sì farlo ma Paese per Paese. Poi quello dell’ottobre 2010: le banche francesi e tedesche dissero che dare soldi alla Grecia avrebbe significato fare un giro di barbiere… la conseguenza è stata avere di aver innescato la spirale avvitatasi su Italia e Irlanda. La fortuna di tedeschi e francesi è stata avere Berlusconi, ora però non potranno più mascherare i loro pasticci”. Scettico De Cecco su un eventuale Euro a due velocità: “Ciò riporterebbe le dogane, la protezione sulle merci, ecc.”.
Possibilità di uscita dalla moneta unica le ha ispirate Masera, ordinario di Politica economica all’Università Marconi di Roma. “L’art. 50 del Trattato di Lisbona ci permetterebbe di uscire dall’euro anche se ciò vorrebbe dire uscire anche dalla Ue”. Grafico alla mano, Masera ha poi evidenziato che “Nel sistema finanziario globale il settore pubblico diviene più rilevante e fondamentale di quello privato; quanto al debito pubblico, un modo per non farsi travolgere è avere crescita: il fatto è che la Germania ci ha messo tre anni per ritornare alla situazione del 2007, per noi Italiani ce ne vorranno purtroppo nove! Occorre inoltre ammettere che l’Unione europea può essere governata dalle banche solo in occasioni di emergenza, alla fine però è vitale dare vita a un vero soggetto politico”.
Altro frammento storico da parte di Pelanda, docente di Politica ed economia internazionale alla University of Georgia-U.S.A.. “Nel ’93, parlando con Beniamino Andreatta (all'epoca ministro degli Esteri- N.d.R.), gli chiesi se, entrando nell’euro, l’Italia non avesse potuto ricostruire la propria sovranità. La sua risposta, fra le lacrime fu: ‘Senza Stati Uniti siamo persi, ora che non c’è più l’URSS, occorre fare come vuole il cancelliere tedesco Kohl’”. Di fronte a un’Italia fuori dalle scene europee fin dagli anni ’60, margini di manovra per ricostruire la nostra sovranità tuttavia ce ne sono “E sarebbe miope non dire che se vi è colpa, essa è da addebitare a Francia e Germania, con i primi che si ostinarono a togliere di scena il marco e i secondi che imposero il loro rapporto di cambio”.
Che fare, allora? Se la casa brucia, “Non possiamo pensare a un’uscita unilaterale, perderemo ancor più credibilità di quella che abbiamo oggi. La strategia per uscire è simile a quella che dovremmo adottare per restarci. Quindi: rimanere nell’euro per 2-3 anni accettando le scelte dell’asse franco-tedesco; ottimizzare il tempo per consolidare il nostro riscatto e poi usarlo per negoziare”. Negoziare cosa? “L’uscita dalla Ue, a meno che essa non si rimodelli su nuove basi. Sarebbe una decisione oculata perché servirebbe a porre la domanda fondamentale: a che cosa serve la UE? La risposta sarebbe che essa serve per un’ulteriore integrazione dei popoli. Il nostro orizzonte deve essere misurato da qui ai prossimi 10-15 anni: fallito il G2 U.S.A.-Cina, l’obiettivo deve essere quello di un accordo con il dollaro, tramite una svalutazione dell’euro, e creando di fatto una convergenza più stretta e solida con gli Stati Uniti”.











