“Io sono Maria Cristina e sono viva! Sono io la madre di mio figlio, Kristian. Lui è orfano di madre viva!”.
Via Ulpiano, Corte di Cassazione, Roma. Il piccolo presidio è tutto per lei, giovane donna italiana di lingua tedesca perché nata e vissuta in Svizzera. Nel cuore di Maria Cristina Conte il desiderio di poter essere ricongiunta al figlio, oggi decenne, dal quale è tenuta distante dal febbraio 2007.
Ciò a causa di un decreto del Tribunale dei Minorenni di Lecce prima e della Corte di Appello del capoluogo salentino dopo contro cui si è appunto appellata ricorrendo in Cassazione alla Sesta Commissione, dopo una squallida vicenda di percosse, maltrattamenti, sevizie inflitte dall’ex-compagno della donna al bambino; proprio in virtù di un simile disagio l’autorità giudiziaria è stata costretta a pronunciarsi per un provvedimento del genere. Percosse, maltrattamenti e sevizie che hanno rovinato la vita di tutti.
“Ma non solo la mia” - dice la signora - “Soprattutto quella del mio piccolo, che mi è stato portato via dalle assistenti sociali. E’ dal 2007, cioè da quando aveva 4 anni e 9 mesi che mi stanno impedendo di vederlo, di parlargli”. Eppure Maria Cristina - che risiede a ostini, in Puglia - è stata sempre estranea ai fatti accaduti così come la nonna, Anna Matia Papaleo, che ha cercato di ottenere l’affidamento del nipote. Ma invano.
L’appello che la mamma di Kristian rivolge al suo bambino, e a chi dovrà decidere della sua storia, lo potete ascoltare nel video qui allegato, dove a prendere la parola è anche Nicola Fanello, neo-marito della signora. Colui che ha deciso di abbracciare fino in fondo la battaglia che la donna sta portando davanti ai tribunali italiani per ottenere giustizia.
La vicenda è complessa e si tira dietro un torto che la giovane madre non si perdonerà mai: vale a dire dell’essersi fidata di un uomo - all’inizio affettuoso ma poco dopo rivelatosi tiranno e bestiale - accanitosi su di lei e sul piccino. L’uomo, che non è il padre naturale di Kristian, non solo è finito in galera per quanto fatto ma è anche stato giudicato “Individuo pericoloso, con precedenti penali e con problemi di natura psichica”, come ricostruisce Fanello il quale ricorda che questa persona è stata pure in galera per sete mesi.
“Eppure ciò non è bastato a mantenere la madre accanto al figlio”, si sfoga Nicola. “Paradossalmente, la tortura di mia moglie è continuata proprio nel momento in cui sembrava che si fosse liberata del suo aguzzino. Fuggita dal suo carceriere, si è imbattuta nelle assistenti sociali che glielo hanno portato via e da allora non ha più sue notizie”.
Accanto a questa piccola famiglia davanti alla Cassazione ci sono anche Mirella Cece giurista e già membro del Forum permanente dei diritti negati, Pierpaolo Zaccai del Consiglio provinciale di Roma (Gruppo Misto), Fabio Nestola della Federazione Nazionale per la Bigenitorialità e altri cittadini, tutti accomunati dal bisogno di dare conforto e speranza. Ognuno di loro non si capacita del perché sia stata ignorata la richiesta di affidamento avanzata dalla nonna così come si sia valutato negativamente il comportamento della madre, che secondo il giudice Renato Bernabai argomenta affermando <…Di uno stato di abbandono alimentato da parte dei parenti prossimi del bambino, dovuto ala mancanza di ricerca di contatti nel periodo in cui il piccolo era presso un Istituto per Minori… dal 2007 al 2008>.
“Ma come poteva prendersi cura del figlio se vi era una ordinanza che appositamente lo vietava?!”, ribatte il marito. Che farà di tutto, insieme con gli altri amici della coppia, per far sì che Kristian non diventi uno di quei bambini adottabili e perciò sottratti alla famiglia di origine. “Perchè lui una famiglia ce l’ha e lo deve sapere!”, dice Maria Cristina, che non si da pace per quello che le sta accadendo.
Ecco allora che la sua decisione non ha alternative: rivolgersi direttamente al ministro della Giustizia, Paola Severino. Al Guardasigilli Mirella Cece - di natura ottimista - da avvocato manda un messaggio: “Signor Ministro, intervenga! Davanti a lei ha una famiglia rispettosa delle leggi, che non ha mai minimamente pensato di ostacolare il corso delle leggi e che ora, essendo nel giusto oltre che vittima, attende una risposta positiva, che restituisca il diritto al diritto”.
Basterà per riparare un torto? Per raddrizzare una vicenda che si è nutrita di male, di cattiveria, di sopruso? Che ha visto un bambino restare vittima di ustioni causate con premeditata follia da un uomo folle?
La speranza come sempre è ostinata. Quasi tanto quanto noi di Prismanews…

















