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La Cina vista da Ai Weiwei: un artista “scomodo”

Never Sorry”, il lungometraggio presentato in anteprima a Firenze, dopo essere stato al “Sundance film Festival”, della regista Alison Klayman, è un film documentario sulla vita di Ai Weiwei, il famoso dissidente cinese, artista di fama mondiale, co-creatore del “Nido d'uccello”, lo stadio di Pechino, costruito per le Olimpiadi del 2008. Ai Weiwei artista e attivista politico si fondono, perchè la vita di un artista non può prescindere dall'impegno civile, pena la sua umanità e, quindi, la sua arte.

E, per questo, non chiede scusa. Il film lo segue a tutto tondo, dal suo studio di Pechino, dove le sue opere vengono eseguite da “assassini”, come si definiscono i suoi collaboratori, le mani del suo pensiero. Vediamo un uomo, innanzitutto, un “guerriero” moderno, con una grande anima poetica, interessato alla sorte del suo Paese, e instancabile “comunicatore” sul web, cosa che gli consente, con il suo blog, di monitorare, commentare e informare, un vasto numero di persone che lo seguono.

La sua biografia non è neutra: suo padre era un poeta e attivista ai tempi della rivoluzione culturale, dove pochi sono scampati alle umiliazioni del potere di allora, bastava poco per essere spediti in qualche campo di rieducazione, una sorte toccata anche al padre. E il piccolo Weiwei non ha assistito incolume a tutto questo, come lui stesso dice.

Lo seguiamo nei suoi anni a New York, ben 10, dopo gli anni 70, quando la Cina cominciò ad aprirsi all'occidente. Anni che lo hanno segnato profondamente, anni in cui ha scoperto la libertà d'espressione e un fermento culturale, assenti in quel momento in Cina.

Quando è tornato, ha trovato un Paese all'apparenza morto, senza espressioni artistiche, salvo poi scoprire un “underground” artistico fervido e nuovo che lui ha contribuito a portare alla luce.

Ma ciò che lo ha reso così inviso al potere, che fin qui lo aveva, suo malgrado, tollerato, è stato il suo impegno dopo il terremoto del Sichuan, nel 2008, nel quale hanno perso la vita circa 77000 persone tra cui 8000 bambini, alunni di scuole mal costruite, fatiscenti, mentre gli edifici istituzionali non sono stati toccati.

Ai Weiwei è andato sul posto, intervistando la gente, ma soprattutto ha raccolto tutti i nomi dei bambini morti, stilando elenchi su elenchi, che ha poi pubblicato in rete, affinchè tutti potessero leggerli.

La famosa mostra di Monaco, “Remembering”, un'installazione al Museo Kunst, dove ha ricoperto l'intera facciata con gli zaini degli alunni morti, con su scritta la frase “Ha vissuto felicemente in questo mondo per sette anni”, pronunciata da una madre, è, oltre un fenomenale artistico colpo d'occhio, una denuncia forte.

Dissacratore, provocatore, come quando rompe, senza esitazione un antico vaso del periodo neolitico cinese e come quando fotografa la moglie Lu Quing, in mutande, nel quinto anniversario di Tian An Men, proprio in quella piazza.

E senza chiedere scusa. La regista filma anche l'abbattimento del suo nuovo studio di Shanghai, dopo che le autorità stesse glielo avevano fatto costruire. Ma lui non cede, un moderno “guerriero”, ma non senza paura.

Molto umani e toccanti gli interventi della madre “orgogliosa di mio figlio”, e la preoccupazione , il pianto per la sorte che verrà. E la sorte arriva, vestita da polizia, all'aeroporto di Pechino, poco prima di un volo per Hong Kong, prelevato e portato in una località sconosciuta, per ben 81 giorni.

 Il film si conclude con le immagini di Ai Weiwei liberato, finalmente, ma visibilmente provato, nel corpo, dimagrito, e nell'anima, dal momento che, assediato dai giornalisti accorsi per intervistarlo,

non rilascia alcuna dichiarazione, e anzi, questa volta si, chiede scusa, ma solo per non poter parlare. Per il momento.

 

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Autore di questo Articolo: Celeste Rotondi

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